R E S E T (Oceano e Pandemia)

Mentre attraversavo l’Oceano mi era chiara la profondità del viaggio, ma anche – come ho scritto nella prima puntata di questo diario – che alcune cose le avrei comprese molto più tardi e altre probabilmente mai.

In questi tempi di pandemia quel viaggio continua a ritornarmi alla mente, mi dice di scriverne. In particolare, poiché ora capita più di frequente di conoscere persone che hanno fatto o stanno facendo l’esperienza della quarantena, e i racconti di chi ci finisce dentro hanno qualcosa in comune con quella mia esperienza: ero, come loro, in un luogo confinato, in cui sentivo soprattutto i miei, di limiti. Mi ritrovavo di fronte alle mie tensioni, alle mie paure, alle mie svariate strategie di controllo, tutte azzerate, tutte inutili, di fronte a un oceano da attraversare.

Ci sono dei momenti in cui, che tu lo voglia o no, la vita ti infila in un processo di reset, di azzeramento: tutto da rifare. Io nel processo mi ci ero infilata da sola (se solo penso che la traversata era il mio viaggio di nozze…). E non era nemmeno la prima volta che mi ci ficcavo. Sono una piccola “esperta” di reset, di momenti che ho spavaldamente battezzato “until the end” o che altre volte, ispirandomi ai tarocchi di Marsiglia, chiamo “arcano X”: la Ruota di Fortuna, archetipicamente indicante un ciclo che va a concludersi, annunciandone un altro che, però, non è ancora aperto. E’ come un confine tra i mondi, da attrice mi verrebbe da accostarlo al fiato tra due parole: porta l’eco della parola precedente, e il misterioso afflato del futuro, ma non incarna né l’una (l’eco, il passato) né l’altro (l’afflato, il futuro). Non è la saggezza dell’arcano VIII – L’Eremita, saldo nella sua memoria, fiducioso verso il futuro, è piuttosto il reset di memoria e futuro. La fine/inizio. Il momento di interrogarsi sulla propria “fortuna”, le competenze integrate, le risorse interiori, su ciò che siamo nell’ora e adesso e sul potenziale che non possiamo sapere, ma possiamo sentire.

Principalmente è uno stare. In condizioni di scarsa visibilità, al massimo echi di luci lontane, troppo indietro per ricordare il loro nome, e di raffiche d’aria che levati. Perché il reset si fa a colpi di vento, e a kili di zavorra che si stacca e cade in mare, è una pulizia interna che accade, e tu soltanto osservi. Navighi e osservi.

Certo, le misure di sicurezza vanno prese, è la nostra parte di lavoro, per uscirne incolumi: tanto più vento c’è, tanto più devi ridurre la superficie esposta delle vele, perché non si strappino e la barca non si rovesci. Ma sostanzialmente che puoi fare?

Non devi cercare i tuoi punti di riferimento, non è la cosa da fare, perché non ci sono. Mentre navighi, ovunque tu guardi tutto esiste un istante e poi non esiste già più. Fa parte del gioco del reset.

Non c’è nulla a cui appigliarsi, fuori. Ma dentro c’è un istinto: all’equilibrio. Non si serve di calcoli, ma di piccole intuizioni successive, il cui risultato si manifesta, anche in barca, sottoforma di appigli in cui ci sta giusta la tua mano. E si fa bene ad accontentarsi, di quella perfezione momentanea.

Scorrere, ecco la cosa da fare. Come la barca sull’acqua, un’acqua che è tutto tranne che liscia, che fa sentire allo scafo, ad ogni balzo il dolore di ogni separazione, e che è al contempo un salto verso il cielo. Non puoi fermarti, non puoi tornare indietro. C’è solo una direzione, che non richiede nemmeno il tuo coraggio, basta solo che tu ci sia, e che ti lasci andare. Basta ed è necessario.

Apprendere la solitudine, anche, servirà, fino a sentire che la solitudine è come il fallimento, non esiste, oppure esiste come un’invenzione umana. E vivere, vivere con l’anima la nostra umana fragilità, che poi è il corpo, un corpo che non dura per sempre, come ogni viaggio, e come i viaggi è vero in ogni momento.

Il reset insegna l’arte di stare in un paesaggio notturno con le stelle coperte di nebbia o foschia, se va bene, accettando l’assenza di orientamento e l’azzeramento dei parametri noti, in attesa delle nuove e ancora misteriose informazioni.

L’ombra dello stare è il ristagno, ma la luce dello stare è l’essere: quando la barca attraversa notti oscure e groppi di maltempo, carichi di raffiche intense, non c’è modo di sentirsi sicuri. Ma è impossibile non sentirsi vivi.

E l’alba risorgerà.

 

Foto: l’ho fatta io dalla barca all’ultima alba del viaggio.

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