L’Oceano. Scendere in cielo

Ho una foto delle Alpi scattata dall’aereo. Non è molto diverso volare a settemila metri d’altitudine in una scatoletta che attraversare l’Oceano Atlantico in una barca di quindici metri. Se all’andata è solo un pensiero, al ritorno da una traversata oceanica diviene molto più che un ricordo: è un’informazione, una consapevolezza integrata nelle cellule che ti riporta alla solitudine di fronte all’infinito.

Ricordo perfettamente di una notte, nella seconda metà del viaggio – che quando mi chiedono di raccontare dico essere stato di venti giorni e venti notti, per uscire dall’idea della giornata di otto-dieci ore di lavoro a cui le abitudini mentali ci portano. Finalmente stavo bene, dopo dieci giorni di grave difficoltà fisica, di cui racconterò. Ero distesa nel pozzetto di poppa con il mio compagno “di guardia”, e alternavamo l’osservazione del mare davanti e intorno a lunghi silenzi guardando il cielo.

E’ ipnotico il cielo sopra l’Oceano, sembra immobile, e anche noi sembriamo fermi, e non lo possiamo essere, mai. Così mi ci perdevo dentro, letteralmente, uscendone solo per fare il mio dovere di controllo, e poi ci ritornavo. Pensavo ad un racconto in cui  Gesù dice a sua madre, Maria, che gli hanno insegnato che l’anima somiglia a una goccia d’acqua che, chiamata dalla terra, cade per far crescere tutto quello che vediamo e poi, scaldata dal sole, torna ad essere leggera e risale in cielo fino a quando la terra la chiama di nuovo, ma che lui non comprende come sia possibile, perché non sempre la goccia torna leggera al punto da riuscire nella risalita. Maria gli risponde che il cielo è a sua volta una sorta di terra e deve riprendersi l’acqua che ha dato, e dunque noi pensiamo che la goccia salga, quando forse scende, in cielo (sono più di tre anni che rifletto su quest’affermazione).

E mentre guardavo il cielo immenso e stracarico di stelle, d’improvviso ho sentito una vertigine e la possibilità che davvero lui fosse la terra sotto di me, ed io non un corpo pesante disteso nel pozzetto di una noce che galleggiava trasportata dal vento e dalla corrente verso una terra che mi pareva ancora lontanissima, ma un corpo leggero, sospeso nell’alto di un mondo senza tetto, poco pronto a scendere giù.

Quand’ero bambina facevo incubi di braccaggio, come oggi se mangio carne animale, e sempre nei miei sogni finivo per spingermi fuori dal corpo per galleggiare in alto, per sottrarmi a chi mi minacciava. Stavo su, a ridosso dei soffitti delle stanze, ed ero salva; stavo bene, anche se mi restava addosso la paura. Quella notte, letteralmente riflessiva, invece, sul Bright di Aldo Revello, riuscivo a godere di quella vertigine, non a provocarla.

Quando la natura parla forte per me è impossibile tradurla, ne vengo invasa, e solo a distanza di molto tempo posso provare a dire. Qualcosa che ho intuito, senza uno straccio di pretesa, tentando di esprimere l’alta voce di una stella con il paradosso di questa mia sotto-voce.

E’ ovvio che abbiamo paura. Siamo un granello nell’infinito e solo l’idea ci può terrorizzare. Ma può anche rapirci verso l’estasi. E quindi potrebbe essere che possiamo apprendere a fonderci nell’estasi anziché separarci nel terrore.

C’è un’immagine dei miei genitori che escono dalla chiesa, il giorno del loro cinquantesimo anniversario di matrimonio, sommersi dal riso tradizionalmente lanciato dagli invitati festanti agli sposi. Mia madre usa il bouquet di tulipani bianchi per ripararsi, sorride ma ha un’espressione di lieve timore, mio padre alza il mento e chiude gli occhi, con un sorriso abbandonato sulle labbra, e accoglie il riso come il campo seminato fa con le prime gocce di pioggia.

Penso che sia un’immagine perfetta di noi esseri umani. L’insieme, dico. Le nostre tendenze, due, e le nostre due possibilità, ad ogni momento, di goccia tra gocce che salgono e scendono.

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