L’Oceano. Ad Aldo Revello

Sono quasi le due di notte. Perché non so da dove cominciare. Ti avevo promesso che il 2 maggio avrei cominciato a raccontare, ed è già il 3. Anche tu non hai mantenuto una promessa: dovevamo aprire la seconda bottiglia di champagne, festeggiare il tuo ritorno dai Caraibi in Italia, e mancava davvero poco. Avevi superato le  Azzorre.

Ma un anno fa esatto, nel pomeriggio il mio telefono squillava, e la voce calma e professionale, ma al contempo umana, di Ari, il tuo punto di riferimento a terra, e per me una compagna di traversata, mi preparava ad accogliere la notizia che l’Epirb, in sostanza un sistema installato nel Bright, la tua barca a vela, la nostra barca a vela, no, quella che era più di una barca a vela per noi, un essere che ci aveva traghettati in un altro mondo attraversando l’Oceano intero, l’Atlantico, solo quattro mesi prima, aveva lanciato un allarme. Un allarme che parte solo se tocca l’acqua. Un allarme durato pochi istanti. Poi più nulla. Abbiamo sperato, pregato forte, atteso. Ma nulla.

E siamo ancora qui, nel nulla delle domande, dei sospetti, dell’incredulità. E nell’impotenza. Nella resa alla Vita, che nei sogni a volte ti vedo Oceano, a te, e cielo stellato, ma non ancora all’ingiustizia di non sapere com’è successo, che la barca è sparita così e voi pure.

Mi langue il cuore. Allora ti scrivo, dai. Ti dedico quel racconto, che la profondità del nostro viaggio sconvolgente – e all’andata e al ritorno – non mi ha permesso di fare prima di quasi un anno e mezzo dalla partenza.

Sono le due. Non so cominciare.

Quando penso a quell’Oceano infinito io mi sento sopraffare.

 

Foto: Daniel Buffet

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