La figliastra

Genius loci, si diceva.

Sono stata invitata a “Make the change”, un workshop organizzato da Monica Calcagno dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e Joerg Metelman dell’Università di San Gallo, in Svizzera, con Bjorn Muller.

Il tema era “la Mestre che vorrei”. Mestre è la città in cui sono cresciuta, come moltissimi veneziani della mia e di altre generazioni. “Gli anfibi”, li chiamo io. Un popolo di gente che si sente di due città contemporaneamente. Molti anfibi a dire il vero continuano a sentirsi di Venezia, anche se hanno trascorso la maggior parte della loro vita in Terraferma (così si chiama il territorio una volta usciti dalle isole che costituiscono Venezia centro). E’ più facile, “sentirsi” veneziani. Venezia è più bella, più importante, più famosa. Mestre non è nulla. E’ la figlia non riconosciuta. Questo è ciò che molti, moltissimi pensano e continuano a pensare, abbattendosi, oramai arresi alla mancanza di un’identità e a una gara persa in partenza.

Se da un lato non ho mai capito questa competizione, dall’altro non ho mai pensato che Mestre manchi d’identità. Nessuno ancora – per il momento – ha portato fino in fondo il compito di studiare e approfondire, questa identità, né di rendere consapevoli città e abitanti dei significati già presenti e del loro potenziale contemporaneo, culturale, sociale ed economico.

Il gruppo di lavoro con cui ho collaborato ragionava sulla sfida di creare nel bellissimo Forte Marghera spazi di produzione e condivisione culturale. Il mio contributo è consistito nel riportare l’attenzione, come faccio da qualche tempo, sulla necessità di conoscere il genius loci – in questo caso di quella particolare area di Mestre – prima di proporre visioni sganciate dalla sua realtà ed energia. E così vorrei facessimo per tutti i forti, i canali, i parchi, le strade, le piazze, i palazzi.

In epoca contemporanea “genius loci” è un’espressione adottata in architettura per individuare un approccio allo studio dell’ambiente come interazione di luogo e identità e tradotto concretamente come l’insieme delle caratteristiche paesaggistiche, architettoniche, economiche, socio-culturali, comunicative, di linguaggio e di comportamenti e abitudini che contraddistinguono un luogo, un ambiente, una città.

Gli antichi romani ci vedevano lungo, e con il genius loci – che percepivano come una vera e propria presenza legata a un luogo fisico –  sapevano che si deve scendere a patti, se in quel luogo s’intende abitare. Se per tante città è cosa dimenticata, per Mestre è come se l’informazione non fosse mai stata integrata.

Con queste premesse ho ideato “The 2 performers – Dell’unità di corpo e anima”, di cui questo fine settimana si concluderà il primo anno di ricerca, dedicato a pulire lo sguardo dei venti performer che hanno lavorato con me da abitudini mentali e pregiudizi che inefficiano lo sguardo sul corpo (gli aspetti materiali della città) e l’ascolto dell’anima (il genio della città), sguardo a cui ci dedicheremo approfonditamente l’anno prossimo.

Ho accettato con entusiasmo l’invito, ho goduto dell’approccio e degli strumenti creativi proposti da Joerg Metelman, ho potuto verificare che il tema del risveglio dell’identità della città è attenzione condivisa, la motivazione dei cittadini necessaria, il bisogno di un network concreto e di un coordinamento delle azioni pure. Che c’è speranza, che la strada è lunga, che molti sono pronti a dare il proprio contributo. Concreto.

Io il genio l’ho iniziato a sentire. Ma per ora non posso dire di più.

Ci sarà un tempo in cui parleremo con l’arte. E andremo a ri-conoscerla, questa figliastra.

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