Cultura tutti i giorni/Senz’arte (continua da intro precedente)

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Domenica 1. novembre 2020 sono stata a una manifestazione sul tema della chiusura dei teatri italiani durante questa seconda fase pandemica. C’era la stessa energia che si respira ai funerali, quindi non ho scattato fotografie. E lo era, un funerale, ma uno di quei funerali con i soli parenti stretti.

Una processione di colleghi, e io stessa, leggevano o improvvisavano interventi, ero d’accordo con tutti, i delusi, gli amareggiati, i provocatori, gli arrabbiati, e soprattutto Pigi, che ricordava che il teatro è nato per scuotere le masse e che dovevamo ripigliarci, perché sembravamo arresi.

Ero d’accordo con tutti ma mi chiedevo: “dov’è la città?”

Noi artisti ci crediamo indispensabili, e per me lo siamo, più che noi è indispensabile l’arte, che cerchiamo di lasciar parlare attraverso il nostro lavoro. Ma per la società di oggi no, non lo siamo indispensabili.

Dov’è la gente quando si parla di nutrire l’interiorità e proteggere il nostro mondo emozionale?

Non mi voglio chiedere perché non ci fossero tutti, così come ci sarebbero se chiudessero i supermercati. Del perché ci sono tante ragioni: la storia, la tradizione, la natura materialistica di quest’epoca, che riconosce valore solo a ciò che tocca… Sono riflessioni che meriterebbero approfondimento a sé.

Io mi voglio chiedere “COME”. Da artista mi voglio responsabilizzare sulle modalità con cui aprirsi a tutti, parlare con gente facendosi capire, trasmettere nella vita ordinaria di tutti i giorni il valore profondo che ci fa dire “l’arte è straordinaria, l’arte è indispensabile!”. L’arte è a servizio della vita. E la vita è qui, adesso, ogni giorno.

Una società in cui l’arte non è percepita come fondamentale non poteva sopravvivere ancora a lungo, ma il mondo dell’arte s’interroghi. Come può esserci così chiaro che non può esistere un mondo senz’arte, e al contempo del tutto oscuro come davvero farne parte?

Non dobbiamo mai più parlare da soli, mai più.

Come?

A me la speranza e l’ispirazione l’hanno data tre cose, piccole e importanti, l’unico spiraglio attraverso cui ho respirato:

  1. l’intervento di Lucia, leader di Our Voice, una ragazza di sedici anni che lotta per denunciare le ingiustizie, come quella di chiudere i teatri perché ritenuti i primi sacrificabili (quando siamo gli ultimi a poter lavorare online, poiché online il teatro cambia significato e scopo) quando per lei il mondo relazionale ed emozionale che il teatro consente di vivere, un mondo già sacrificato dal distanziamento e dal coprifuoco, è essenziale alla vita umana, in particolare nell’adolescenza
  2. gli interventi di Cristina, Sabrina e una madre con un bambino a mano: tre persone del pubblico, non ce n’erano molte di più, venute a testimoniare che il teatro e l’arte sono vitali per comprendere e dare valore alla nostra umanità, per imparare ad amare, e per educare
  3. le corse dei bambini che, noncuranti dell’aria funesta, continuavano con le loro incursioni, su e giù da un palco che raccontava un mondo senz’arte, con i loro abiti colorati e le loro grida di gioia e divertimento impossibili da controllare.

 

Foto: un’immagine dello spettacolo “Religions”, di Farmacia Zooè, scattata da Davide Gasparetti

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