Cultura tutti i giorni/Perché mi chiamo cultura

Mi riprometto di dedicare tutto l’anno a venire a una messa a terra del concetto di cultura.

Vorrei davvero provare a rendere semplice e interessante quest’idea apparentemente astratta e lontana dalle persone, così che possa incarnarsi, cioè prendere luogo nella carne, nel corpo, un po’ di più. Vorrei trattare la cultura come un essere vivente, come qualcuno che viene al mondo. Inizio oggi.

Quando veniamo al mondo ci danno un nome. Il mio è “Cultura”.

E’ un nome tradizionale, tipo Francesco o Giulia in Italia, Marie o Jacques in Francia, John o Brenda negli Stati Uniti. 

Deriva dal latino “cultura” (sì, uguale), una parola che viene da un’altra parola, “cultus”, che significa “coltivato”.

Ma come il grano, come i pomodori, come la soia?

Sì, esatto! “Con un’assiduità pari a quella dell’agricoltore”, dice etimo.it, il sito dove puoi scoprire l’origine delle parole. L’agricoltore in effetti va nei campi ogni giorno, perché solo con dedizione quotidiana riesce a far sì che le piante fioriscano e fruttifichino.

E cosa c’entra?

C’entra. Metti che le piante siano gli esseri umani: per favorire la loro fioritura, cioè la scoperta e valorizzazione del loro talento, perché si sentano soddisfatti, felici e amati, magari pure “belli”, e fruttifichino, cioè riescano a fare anche qualcosa per gli altri, e non solo per se stessi, che sia una piccola azione quotidiana o una grande scoperta che cambia la storia e la società, occorre “coltivarli” con “assiduità”.

Ma coltivarli come? Già i greci fondavano il modello educativo della “paidèia” (da paîs, paidós = “ragazzo”) sull’obiettivo di “rendere i fanciulli esseri umani civilizzati”, ovvero certamente “istruiti”, ma non solo: in grado di crescere spiritualmente, cioè di relazionarsi alla propria interiorità e con le grandi domande di noi esseri umani, e dotati di un’etica che sia faro dei loro comportamenti e nelle loro relazioni. Per i greci e per i romani, è l’insieme di questi aspetti a guidare l’inserimento armonico di un giovane nella società, a farne un “cittadino”.

Ecco, dunque, il mio nome, che per molti suona oscuro o mette soggezione, ha in realtà a che vedere con la stessa umiltà con cui il contadino si prende cura della sua terra e delle sue piante, perché per crescere non basta nascere, bisogna continuare. Una cura fatta di più elementi, di più strati: per essere umani non basta avere corpo, e nemmeno un cervello. Serve anche un cuore aperto, un io che prova a tenere insieme le cose. E poi c’è la grande frontiera, una parola a cui io, la cultura, dò un sacco d’importanza: il “noi”. Non riesco a immaginarmi un campo fiorito di un unico girasole.

Alla prossima!

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