Ottobre 15th, 2020

Come i marinai di tutti i tempi

Ottava alba in Atlantico. Ieri sera Aldo, il capitano del Bright, la barca a vela su cui stiamo traversando dalle Canarie alla Martinica, mi ha promesso che avrebbe pensato al piano B. Perché da oltre una settimana non mi riprendo e in barca non c’è più nulla che io non abbia ingerito o ricevuto per endovena per cercare di stare in piedi.

E dopo quella promessa, mi sono addormentata sotto la pioggia e ho avuto una visione, a metà tra sogno e allucinazione. Ho visto il Bright entrare nel porto di un’isola dal nome di “Santa Capra”: ci eravamo entrati perché io potessi scendere, prendere l’aereo e ritornare a casa, la qual cosa, però, cioè il mio sbarco, non avveniva mai.

Aldo è una persona di parola, così dopo colazione mi raggiunge. Accanto a me c’è anche Giovanni. Ho la forza e l’energia di una persona che ha sperimentato il delirio della febbre, sono completamente priva di forze, non riesco a esprimermi, ma la mia mente è ritornata lucida, pronta ad ascoltare la soluzione che mi salverà.

Il capitano mi si avvicina, e con dolce fermezza mi dice:

“Da qui, la terra più vicina è a tre giorni di navigazione controvento”.

E se in mare un discorso inizia così…

Segue la precisa analisi delle opzioni a cui ha pensato, del famoso piano B, e di tutte le ragioni che ne impediscono l’applicazione.

Una dopo l’altra sfumano tutte le mie speranze di scendere da quella barca prima di tre giorni, ma io lo sento: se le cose continuano così, io tre giorni non li ho. Che fare? Ed è lì che mi giunge, inaspettata, non come un ordine, non come un consiglio, ma come la più semplice delle verità, la proposta di Aldo:

“Farai come i marinai di tutti i tempi, reagirai al mare.”

Niente racconta la vita come il mare, ma mentre questo lo avrei ben realizzato solo all’arrivo, lui lo sapeva molto bene. Mi stava invitando ad attraversare l’Oceano mentre attraversavo l’Oceano, a non fare nient’altro che questo. Mi stava dicendo “farai come gli esseri umani fanno dalla notte dei tempi, vivono”.

Già, ma come si fa a reagire al mare?

Come si fa a vivere? Mi viene in mente una compagna di scuola, che aveva la mania di scrivere sul suo diario “si vive”, accostandolo a un segno grafico particolare, sempre lo stesso che, ora che ci penso, aveva qualcosa dell’onda, del fiume, del mare.

Attraversare il mare della vita è accettarne i flutti senza lasciarsi sopraffare, alzandosi in piedi, piegando le gambe, ammortizzando le cadute, attraversando le tempeste, godendosi i momenti di bonaccia, il vento a favore, riposando il necessario, guardano le stelle per orientarsi, l’orizzonte, i tramonti infiniti. Semplicemente, vivere.

[to be continued]

Foto: il tatuaggio di Aldo Revello nello scatto di Daniel Buffet

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Ottobre 6th, 2020

Cultura tutti i giorni/Altezzosità o distacco

Uno dei limiti del mondo della cultura è stata in passato ed è ancora nel presente una certa altezzosità, che mi è sempre suonata come la forma deviata di una qualità importante, la capacità di distacco.

Dentro l’altezzosità salvo il distacco, quello sguardo capace di testimoniare senza giudicare che, per me, è tra le qualità essenziali degli artisti.

Si tratta di una linea sottile, quella che separa distacco e altezzosità, ma di un confine decisivo, come appunto quello tra testimonianza e giudizio.

Confondere ciò che vediamo con ciò che sentiamo è un errore comune, indotto da frustrazioni, competizione, svariati tipi di emozioni che si mescolano producendo, il più delle volte, un sentimento di arroganza: credo di sapere, credo di conoscere, e di conoscerti ma, per la verità, non so nulla di te.

Per quanto mi riguarda, la verità si costruisce collettivamente, e sulla base della condivisione di esperienze, non su pregiudizi e preconcetti. Sono convinta del fatto che anche nei conservatori, che strategicamente amano restare nel giudizio, rimanga intatta la possibilità di sperimentare un nuovo tipo di contatto con la realtà, scoprendo che nessun innovatore teme di non piacere ai conservatori.

Quando, durante la pandemia e appena dopo i primi provvedimenti di lockdown fu evidente che arte e cultura non erano stati considerati “settori” da salvaguardare, non per malafede, ma per la loro invisibilità agli occhi non solo del Governo, ma proprio della gente, mi risuonò per l’ennesima volta nella mente il paradosso della nostra Italia, il “Paese dell’arte e della cultura”, dove la cultura non è considerata e gli artisti mediamente sono poveri e talvolta si comportano come un branco di cani affamati sulle briciole di una pagnotta, assecondando le logiche di un potere che nel fondo disprezzano, per paura di restare esclusi dall’assegnazione di piccoli apparenti privilegi.

Non mi domandai perché noi artisti e operatori del mondo culturale fummo “i grandi esclusi”, iniziai piuttosto a chiedermi quale fosse la nostra parte di responsabilità in questo, m’interrogai sul perché ciò che noi “esseri sensibili” sentiamo “fondamentale” per il genere umano e la società, per il genere umano e la società sembri inutile o superfluo. Restando astratti, nel mondo del solo spirito, dico, le ragioni potrebbero essere e sono oggetto della saggistica dei grandi pensatori, ma entrando nel concreto delle nostre piccole vite quotidiane, mi risposi così:

giudicare il pubblico

giudicare l’arte

giudicare gli altri artisti

competere contro gli altri artisti

giudicare il denaro

giudicare il rapporto tra qualità del sentire e materializzazione del valore

ignorare le leggi universali che regolano la relazione tra invisibile e visibile

sentirsi vittime

una falsa apertura agli altri

una falsa tolleranza

confondere la cultura con il mero studio

confondere la cultura con la mera esperienza

confondere il successo con la fama

confondere il successo con il denaro

giudicare il successo degli altri.

Dei miei attualmente 27 anni di ricerca nel mondo dell’arte, fondata su azioni nella vita, e non solo sui libri, su viaggi ed esperienze – anche estremi, incontri illuminanti, e soprattutto su un’autentica disponibilità a mettersi in gioco per crescere e rimediare alle falle delle proprie insane abitudini interiori, gli ultimi quattro sono stati dedicati al tema dell’unità di corpo e anima, ricerca tradotta in progetti tangibili, creati in forma indipendente mediante lavoro onesto e rigoroso e messi successivamente a servizio della comunità. Non solo perché credo che l’evidente conflitto vissuto dal mondo dell’arte, specialmente in Italia, sia un retaggio antico che impedisca l’evoluzione della società, che ha bisogno di essere nutrita proprio dalla relazione tra l’alto pensiero e la quotidianità, ma anche perché un giorno ho promesso a mio padre che avrei cercato un modo di comunicare con mio fratello: pare che non vi siano sulla faccia della terra persone più distanti e diverse di noi due.  E’ geniale, la vita, a metterti fratello o sorella di qualcuno che non capisci: sperimenti la violenza distruttiva e autodistruttiva del giudizio e diventa la tua scuola di tolleranza e di comprensione, anno dopo anno. Che poi la soluzione, sulla carta, è dietro l’angolo, e nel mio caso è la voce di un padre ad avermela offerta. Un giorno, durante un grande litigio tra me e mio fratello, ci interruppe bruscamente con le lacrime agli occhi e disse: “parlate da ore e non avete ancora detto una cosa bella l’una dell’altro”.

Ecco, è il tempo di incarnare lo sguardo capace di vedere la bellezza dell’altro.

 

Foto di Lisa Bifulco per il mio workshop “undressed” al PAC – Padiglione Arte Contemporanea di Firenze

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Settembre 14th, 2020

Cultura tutti i giorni/In viaggio con i Candidati a Sindaco della/delle mia/mie città

Gentile Candidato,

spingiamoci avanti di dieci, quindici, anche vent’anni. Mettiamo che LA SUA VISIONE delle città di Mestre e di Venezia, i principi su cui ha scelto di basarne l’amministrazione e i suoi valori abbiano attecchito e siano addirittura stati incarnati dall’intera popolazione. Facciamo questo sforzo di immaginazione. Bene. Ora insieme:

1. Voliamo un mattino di fine estate con un elicottero sopra le due città: che forma hanno assunto? L’architettura come si è sviluppata, in altezza? Quanto verde c’è? Ci sono aree protette? Zone artigianali? Nuovi edifici? Se si, quali? Fabbriche, teatri, musei, scuole, uffici, centri commerciali… Sono collegate le due città? Come?

2. Chi si prende cura degli edifici, dei beni e dei valori che osservavamo dall’alto? Chi concorre alla loro vitalità? Grandi nomi? Investitori stranieri? Il tessuto culturale, sociale, produttivo urbano? Un mix di tutto o prepondera una categoria?

3. Ora scendiamo a terra e facciamoci un giro nelle due città. Ci dica, che città stiamo attraversando? Per cortesia, sia preciso. Quanta gente incontriamo? Che tipo di persone le abitano? Che lavori fanno, la maggior parte delle persone? Come sta muovendosi la gente (a piedi, in barca, in bici, in auto, con i soliti mezzi, con nuovi tipi di mezzi…)? Che tipo di attività commerciali riscuotono la nostra attenzione? Dove andiamo a mangiare, che alternative offre la città? Ci sono tanti giovani o pochi? Se sono tanti, come mai vivono qui? Le persone le sembrano serene? Hanno cani con sé? E ci sono luoghi dove possono portarli? Che sport stanno praticando i ragazzi al parco? Ci sono parchi? Si respira? C’è ombra? Che alberi ci sono? Sì, sì, ha capito bene, le chiedo proprio che alberi avevate scelto di piantare o di preservare.

4. Oggi c’è un evento che ha attirato molta gente in ciascuna delle due città. Può essere lo stesso o diverso, scelga lei, purché sia un evento che davvero esprima la vocazione riscoperta dalle città e lo spirito di comunità radicatosi grazie anche all’impegno con cui lei aveva promosso la sua visione negli anni. Che evento è? Di che gruppi di persone stiamo parlando?

5. Ora è sera. Le città sono affollate o deserte? Ci sono locali aperti? I teatri sono aperti? Quante sere a settimana? Le ragazze vanno in giro da sole? C’è molta polizia in giro? C’è ancora un carro armato a piazzale Roma? Ce ne sono altri? E a Mestre?

6. In tutta la giornata abbiamo visto soltanto una manifestazione di protesta (anche nei migliori sogni non si è mai tutti perfettamente d’accordo): chi l’ha promossa e perché? Cosa manca ancora, a queste due meravigliose città?

(P.S. I cittadini possono liberamente aggiungere visione alla visione, domande alle domande).

Ringrazio i Candidati che vorranno mettersi in ascolto.

 

Carola Minincleri Colussi

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Settembre 8th, 2020

Cultura tutti i giorni/Perché mi chiamo cultura

Mi riprometto di dedicare tutto l’anno a venire a una messa a terra del concetto di cultura.

Vorrei davvero provare a rendere semplice e interessante quest’idea apparentemente astratta e lontana dalle persone, così che possa incarnarsi, cioè prendere luogo nella carne, nel corpo, un po’ di più. Vorrei trattare la cultura come un essere vivente, come qualcuno che viene al mondo. Inizio oggi.

Quando veniamo al mondo ci danno un nome. Il mio è “Cultura”.

E’ un nome tradizionale, tipo Francesco o Giulia in Italia, Marie o Jacques in Francia, John o Brenda negli Stati Uniti. 

Deriva dal latino “cultura” (sì, uguale), una parola che viene da un’altra parola, “cultus”, che significa “coltivato”.

Ma come il grano, come i pomodori, come la soia?

Sì, esatto! “Con un’assiduità pari a quella dell’agricoltore”, dice etimo.it, il sito dove puoi scoprire l’origine delle parole. L’agricoltore in effetti va nei campi ogni giorno, perché solo con dedizione quotidiana riesce a far sì che le piante fioriscano e fruttifichino.

E cosa c’entra?

C’entra. Metti che le piante siano gli esseri umani: per favorire la loro fioritura, cioè la scoperta e valorizzazione del loro talento, perché si sentano soddisfatti, felici e amati, magari pure “belli”, e fruttifichino, cioè riescano a fare anche qualcosa per gli altri, e non solo per se stessi, che sia una piccola azione quotidiana o una grande scoperta che cambia la storia e la società, occorre “coltivarli” con “assiduità”.

Ma coltivarli come? Già i greci fondavano il modello educativo della “paidèia” (da paîs, paidós = “ragazzo”) sull’obiettivo di “rendere i fanciulli esseri umani civilizzati”, ovvero certamente “istruiti”, ma non solo: in grado di crescere spiritualmente, cioè di relazionarsi alla propria interiorità e con le grandi domande di noi esseri umani, e dotati di un’etica che sia faro dei loro comportamenti e nelle loro relazioni. Per i greci e per i romani, è l’insieme di questi aspetti a guidare l’inserimento armonico di un giovane nella società, a farne un “cittadino”.

Ecco, dunque, il mio nome, che per molti suona oscuro o mette soggezione, ha in realtà a che vedere con la stessa umiltà con cui il contadino si prende cura della sua terra e delle sue piante, perché per crescere non basta nascere, bisogna continuare. Una cura fatta di più elementi, di più strati: per essere umani non basta avere corpo, e nemmeno un cervello. Serve anche un cuore aperto, un io che prova a tenere insieme le cose. E poi c’è la grande frontiera, una parola a cui io, la cultura, dò un sacco d’importanza: il “noi”. Non riesco a immaginarmi un campo fiorito di un unico girasole.

Alla prossima!

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Settembre 6th, 2020

Debutta “Sarajevo, mon amour”, ecco com’è nato

Correva l’estate dell’anno 2018, e la mia compagnia teatrale, Farmacia Zooè, stava cercando una nuova storia da raccontare. Non una storia qualsiasi, una storia che potesse far riflettere su una semplice domanda: “chi vince, al gioco dell’odio?”

Eh già, perché in quel momento era iniziato ad andare particolarmente di moda il razzismo, e l’Italia rigurgitava fascismo come una ferita che spurga. L’arte non risponde ma sa porre le domande, e noi quella ce la volevamo fare.Io stavo scrivendo

Chi ci segue sa che raccontiamo storie vere, che si riaffacciano dopo anni, e spesso abbiamo la sensazione proprio per essere ri-raccontate.

Io stavo scrivendo “La sposa volante” (Ed. Scatole Parlanti). Se l’avete letto sapete che Agata, la protagonista, è una fotoreporter di guerra, e che c’è un capitolo dedicato alla sua esperienza durante l’assedio di Sarajevo. Sono stata tre volte a Sarajevo, ma com’è normale, per scrivere quel capitolo ho utilizzato internet per fare alcune ricerche. E lì mi sono imbattuta nella storia di Bosko Brkic e Admira Ismic, “Romeo e Giulietta dei Balcani”.

Oltre ad avermi affascinata oltre ogni limite, e commossa, questa storia ha travalicato dal mio libro a uno spettacolo teatrale che, dopo un viaggio a Sarajevo nell’ottobre del 2018, una lunga ricerca drammaturgica curata da Gianmarco Busetto (anche autore del testo) e dalla sottoscritta, con l’essenziale contributo di Marco Duse e Pietro Zotti, debutterà giovedì 10 settembre 2020 alle 22.00 presso il Chiostro degli Olivetani di Rovigo, nell’ambito del Festival Opera Prima.

Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuti e in particolare la giovane compagnia FZU35 – Flowing Streams, che ha consentito con il proprio lavoro a noi di essere attori sulla scena e registi al contempo, la danzatrice Elena Friso per il supporto alla regia dei movimenti, il Teatro del Lemming ed Estro Teatro/Fantasio Festival Internazionale di Regia Teatrale.

Qui i biglietti in prevendita: www.festivaloperaprima.it o su liveticket.it.

Qui potete acquistare “La sposa volante”: www.scatoleparlanti.it, in tutti gli store online, e ordinandolo in tutte le librerie d’Italia!

#farmaciazooè #sarajevomonamour #debutto #festivaloperaprima

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Settembre 6th, 2020

Evviva gli sposi, evviva le spose!

Ieri ho celebrato per la prima volta un matrimonio.

E’ stato un dono che ho ricevuto, perché per me, insieme alla pubblicazione del mio primo romanzo, “La sposa volante” (ed. Scatole Parlanti) è stato uno di quei tasselli che ti aiuta a concretizzare la chiusura di un ciclo.

Ieri ero la celebrante, ma c’è stato un tempo in cui chiunque dei miei conoscenti si sposasse, evitava accuratamente d’invitarmi al matrimonio; persino quelli che reputavo i miei migliori amici (sposati più o meno tutti nello stesso periodo) lo avevano fatto.

Accadeva con un sacco di scuse, più o meno palesate, ma in sostanza sarei stata una presenza scomoda, imbarazzante, da giustificare, perché l’avevo combinata grossa: a un mese dalle mie nozze avevo cambiato idea, e non m’ero sposata. Ciò che sentivo, allora, però, era che nemmeno quella, lo scandalo della mia rinuncia, fosse la vera ragione. Ciò che sentivo è che, appena in tempo, avevo avuto il coraggio di dirmi la verità, che era, appunto, “non voglio sposarmi”.

La reazione sociale alla mia decisione mi fece convincere che, forse, non ero proprio l’unica della mia generazione. Solo che gli altri andavano fino in fondo (salvo poi, spessissimo, riconfrontarsi con la loro verità qualche anno più tardi).

Questo evento è stato d’ispirazione per un momento della vita della sicula protagonista de “La sposa volante”, Agata, che vira anche lei da una scelta non consapevole ad una più consapevole, e che sperimenta come “quannu la furtuna vota ogni amicu si fa la ritirata”. E aggiunge: “ero rimasta isolata come un malato contagioso, dagli amici e dalle occasioni di lavoro. La verità dà scandalo.”

La parola “scandalo”, che etimologicamente significa “trappola, inciampo, impedimento”, riporta alla radice indoeuropea SKAND-, che ritroviamo nella lingua latina a formare parole che hanno a che vedere con le azioni di “salire”, “discendere” e “cadere”. Io ero caduta, in effetti, e dico sempre che è stata, di tutte, la miglior caduta della mia vita, forte abbastanza da risvegliarmi a me stessa, da riportare in superficie il valore della mia profondità, che era salita da sotto inesorabilmente, rivelatrice, poiché aggrappandomi, mentre ruzzolavo, al mondo che conoscevo, gli strappavo via veli e maschere. E mi ritrovavo da sola, in una società che si faceva, per me, troppo poche domande, e si esprimeva, e spesso anche oggi si esprime, al contrario, occultando le proprie tensioni e i propri rifiuti sotto il giudizio e la condanna del comportamento altrui, soprattutto se rivendica libertà, la libertà della propria verità che è troppo, troppo forte, per soffocare.

Con le parole di Agata, “è un virus, la verità. Quando lo contrai ti accende una febbre che non passa più, un fuoco che si scorge anche nella notte più scura. E anzi, più scura è la notte, e più cominci a brillare, come uno schermo retroilluminato, meglio, come il faro di Strombolicchio, che non si può spegnere proprio mai, pena la morte di chi per mare ci va pure se è notte.”

 

Ho scritto questo post per ringraziare Elena e Alessandro di avermi scelta per accompagnare le loro promesse di verità, dietro una fascia tricolore che non avevo mai indossato prima.

 

“La sposa volante” si può acquistare sul sito www.scatoleparlanti.it, in tutti gli store online più utilizzati, e si può ordinare in tutte le librerie d’Italia. Aspetto i vostri commenti al libro!

Buona coda d’estate.

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Agosto 31st, 2020

Corpo, amico mio.

“Amare sé stessi è l’inizio di un idillio che dura una vita.”
(Oscar Wilde)

Ci ho messo tanti anni a ridiventare amica del mio corpo. È stato un riavvicinamento graduale, costante, fino a che lui e io ci siamo sentiti pronti per ritornare uniti, e mostrarci di nuovo al mondo, pronti a essere così come siamo, ad amarci per quello che siamo.

Oggi, entrando al bar dove amiamo far colazione, indossando un vestito sopra il ginocchio – che non osavo farlo da un decennio, ho visto uomini e donne guardarmi, un po’ tutti insieme. Mi accadeva sempre in gioventù, ero una bella ragazza, e non mi accadeva da tantissimo tempo: ricordo che all’epoca pensavo immediatamente a che cosa avessi che non andava. Oggi ho sorriso sentendo che il mio aspetto semplicemente rifletteva la mia interiorità di quel momento.

Il corpo parla. Sempre. E sa essere soltanto onesto. Il corpo manifesta l’anima. È il teatro delle nostre emozioni, direzioni, è la nostra storia.

Questa consapevolezza, oltre che della mia vita nel teatro, è il frutto di molte esperienze, tra cui la ricerca ‘The 2 performers’ che ho curato negli ultimi anni, dove “i due performer” sono corpo e anima alla ricerca di unità, e lo spettacolo ‘La Voce’, a cui stiamo lavorando da gennaio, che fa parte di un progetto di prevenzione dei Disturbi Alimentari, che ripercorre le tappe di una separazione e riunione tra mente, cuore e corpo, e con cui speriamo di debuttare entro fine anno.

Io non ho mai sofferto di Disturbi Alimentari, ma ho potuto lavorarci assiduamente durante questo incredibile 2020, e ho compreso quanto il tema del cibo e del nutrimento sia profondamente collegato con tutto il nostro essere e tutta la nostra intimità.

Non sono un’esperta di alimentazione, ma una donna che ha voluto, fortemente voluto, ascoltarsi. E la Vita mi ha aiutata, orientandomi in questo percorso. Le sono grata di mettere sulla mia strada alleati, amici, ispiratrici e ispiratori, con gesti eclatanti o con piccole azioni invisibili, e le sono grata di concedermi la lucidità di integrare (una parte de)i suoi insegnamenti.

Mi sento come la terra arata e pronta alla semina. Ciò che era sotto respira in superficie e ciò che era superficie conosce il profondo.

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Agosto 21st, 2020

Laguna, galassia, fiume, oceano e terra. Lettera al padre

Come sai, padre, tra Sant’Erasmo e Burano ci sono piccoli canali quieti che, poco dopo il tramonto, con la luce del crepuscolo che perdura, si colorano di un lilla un po’ aranciato che, quando passa una barca a motore, oleoso scivola nel nero delle zone d’ombra dell’onda, fino a lambire con questo colore doppio e così sincero le violacee eriche della barena in fiore.

Sin da bambina, in quei piccoli flutti calmi ci vedo irrimediabilmente le pieghe di una lunga gonna. Dimentico la barca che le ha generate e, tornato il silenzio, credo improvvisamente alla donna che l’indossa, stesa appena sotto la superficie dell’acqua, e alle gambe che le dondolano gentili da un lato e dall’altro.

E’ una visione che calma questo mio sentire, che diventare desidera, oggi, non meno radicale, ma forse meno furioso, meno imbizzarrito, più simile a quel dolce danzare orizzontale. Sono giorni che ci penso, a come fare, dal momento in cui vidi quella giovane donna morire, e dovetti accettare di volare nell’abisso che siamo con la stessa fiducia con cui m’immergo nel cielo dei miei aneliti.

Ho solo una risposta: ho bisogno di te, padre, transizione è una parola plurale, che dico, collettiva in realtà. Ogni società, come ogni famiglia, così sento, è una galassia dove tutto è in costante movimento. E nulla può muovere che tutto non cambi di posto. La scoperta di nuovi pianeti rimisura le distanze tra le stelle, ne arricchisce lo sguardo, cambia il punto di vista, e non ne cancella alcuna. Prendimi la mano e danziamo la rotazione, la rivoluzione, sotto questo spicchio di luna nuova e già avveduta.

Come il sole di questo momento, da cui mi riparo nel grande abbraccio di una quercia, la fede nel mistero della Vita adombra e illumina pezzi di pelle del mio corpo, la lascio fare, così che io possa conoscere tutta la mia bellezza, non solo quella che credevo possibile, e così che il mio corpo incontri senza tema la calorosa musica della luce così come la piena, fresca, placida e silente attesa dell’ombra.

Che tu, padre, possa sempre sentire senza che nulla di questa nostra natura materna debba gridare la sua esistenza.

Che tu possa amare il presente più del passato che va e del futuro che verrà, per accogliere i doni di ogni stagione. Come il fiume che, nelle dolci parole di Gibran, non può tornare indietro alla fonte, e non teme di perdersi nell’oceano, perché diventerà l’oceano.

(Forse è l’oceano, la fonte?)

Che tu possa rispettare la vita in te e attorno a te, e apprendere un nuovo, ulteriore, possibile modo di stare, di essere, di amare.

Che ogni uomo e ogni padre possa apprendere a ricevere la conoscenza senza giudicare, e ad attenuare la voce per creare con la madre un canto per la terra.

 

C’è qualcosa d’immenso, sublime, in ogni attimo, che sia drammatico o poetico, colpevole o nobile, spaventoso o confortante: forse una coscienza che la Vita non è perfetta, ma che, come mi dicono le sagge, la Vita è.

Con amore,

 

Carola

 

(Foto di Sofia Fernandez Stenstrom per “Magnifico 2018_L’uomo senza volto”)

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Giugno 3rd, 2020

L’Oceano. Prima è la crisi del corpo

Prima è la crisi del corpo.

Gli occhi che si chiudono e non riesci a tenerli aperti, per quanto ti sforzi. Un senso di nausea irrefrenabile. Non riuscire a trattenere nemmeno un sorso d’acqua. Per uno, due, tre giorni. Fino al terzo giorno non si preoccupa più o meno nessuno. “Perché il corpo si abituerà al mare, prima o poi”.

Ma no, niente. Non funziona il plasil, non funziona il canarino, non funziona il digiuno. Le gambe che cedono al punto che poi non ti muovi più, tutto il tempo nel “tuo” posto, in pozzo a poppa. Quarto giorno.

Sbandamenti notturni. La barca lanciata nel buio e nel nulla, io che non voglio entrare per nessun motivo in dinette, non posso, il mio corpo è sfinito ma trova la forza del rifiuto, nessuno può farmi cambiare idea: “dormirò ogni notte sotto le stelle, con ogni condizione meteo, con qualsiasi temperatura”, sento che è una promessa del corpo, la mia mente non ha potere su di lui. Esistono solo lui, il mio corpo, e l’oceano. E la barca che mi trasporta. Un gancio di acciaio è la nostra relazione. Quinto giorno.

I suoni distorti. Provare a fare nessun movimento. Sperimentare che tutto è movimento, soprattutto se stai solcando un oceano. Ogni volta che qualcuno accende una sigaretta, ogni volta che, come un essere incapace di pensare, la getta in mare dopo l’ultimo tiro, mi sento sempre peggio. Vomitare è la mia unica forma di protesta. Nessun’altra possibilità di oppormi. Rari momenti di neutralità, rarissimi di lucidità. Sesto, settimo giorno. Forse non è mal di mare.

Nella memoria echeggia chiara la voce del capitano. Dice che non ha mai visto una cosa così, in decenni di navigazione. “Ti prometto che questa notte penso a un piano B”.

Alle soglie dell’ottava alba, dentro di me un pieno e un vuoto.

 

 

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