Settembre 6th, 2020

Evviva gli sposi, evviva le spose!

Ieri ho celebrato per la prima volta un matrimonio.

E’ stato un dono che ho ricevuto, perché per me, insieme alla pubblicazione del mio primo romanzo, “La sposa volante” (ed. Scatole Parlanti) è stato uno di quei tasselli che ti aiuta a concretizzare la chiusura di un ciclo.

Ieri ero la celebrante, ma c’è stato un tempo in cui chiunque dei miei conoscenti si sposasse, evitava accuratamente d’invitarmi al matrimonio; persino quelli che reputavo i miei migliori amici (sposati più o meno tutti nello stesso periodo) lo avevano fatto.

Accadeva con un sacco di scuse, più o meno palesate, ma in sostanza sarei stata una presenza scomoda, imbarazzante, da giustificare, perché l’avevo combinata grossa: a un mese dalle mie nozze avevo cambiato idea, e non m’ero sposata. Ciò che sentivo, allora, però, era che nemmeno quella, lo scandalo della mia rinuncia, fosse la vera ragione. Ciò che sentivo è che, appena in tempo, avevo avuto il coraggio di dirmi la verità, che era, appunto, “non voglio sposarmi”.

La reazione sociale alla mia decisione mi fece convincere che, forse, non ero proprio l’unica della mia generazione. Solo che gli altri andavano fino in fondo (salvo poi, spessissimo, riconfrontarsi con la loro verità qualche anno più tardi).

Questo evento è stato d’ispirazione per un momento della vita della sicula protagonista de “La sposa volante”, Agata, che vira anche lei da una scelta non consapevole ad una più consapevole, e che sperimenta come “quannu la furtuna vota ogni amicu si fa la ritirata”. E aggiunge: “ero rimasta isolata come un malato contagioso, dagli amici e dalle occasioni di lavoro. La verità dà scandalo.”

La parola “scandalo”, che etimologicamente significa “trappola, inciampo, impedimento”, riporta alla radice indoeuropea SKAND-, che ritroviamo nella lingua latina a formare parole che hanno a che vedere con le azioni di “salire”, “discendere” e “cadere”. Io ero caduta, in effetti, e dico sempre che è stata, di tutte, la miglior caduta della mia vita, forte abbastanza da risvegliarmi a me stessa, da riportare in superficie il valore della mia profondità, che era salita da sotto inesorabilmente, rivelatrice, poiché aggrappandomi, mentre ruzzolavo, al mondo che conoscevo, gli strappavo via veli e maschere. E mi ritrovavo da sola, in una società che si faceva, per me, troppo poche domande, e si esprimeva, e spesso anche oggi si esprime, al contrario, occultando le proprie tensioni e i propri rifiuti sotto il giudizio e la condanna del comportamento altrui, soprattutto se rivendica libertà, la libertà della propria verità che è troppo, troppo forte, per soffocare.

Con le parole di Agata, “è un virus, la verità. Quando lo contrai ti accende una febbre che non passa più, un fuoco che si scorge anche nella notte più scura. E anzi, più scura è la notte, e più cominci a brillare, come uno schermo retroilluminato, meglio, come il faro di Strombolicchio, che non si può spegnere proprio mai, pena la morte di chi per mare ci va pure se è notte.”

 

Ho scritto questo post per ringraziare Elena e Alessandro di avermi scelta per accompagnare le loro promesse di verità, dietro una fascia tricolore che non avevo mai indossato prima.

 

“La sposa volante” si può acquistare sul sito www.scatoleparlanti.it, in tutti gli store online più utilizzati, e si può ordinare in tutte le librerie d’Italia. Aspetto i vostri commenti al libro!

Buona coda d’estate.

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Agosto 31st, 2020

Corpo, amico mio.

“Amare sé stessi è l’inizio di un idillio che dura una vita.”
(Oscar Wilde)

Ci ho messo tanti anni a ridiventare amica del mio corpo. È stato un riavvicinamento graduale, costante, fino a che lui e io ci siamo sentiti pronti per ritornare uniti, e mostrarci di nuovo al mondo, pronti a essere così come siamo, ad amarci per quello che siamo.

Oggi, entrando al bar dove amiamo far colazione, indossando un vestito sopra il ginocchio – che non osavo farlo da un decennio, ho visto uomini e donne guardarmi, un po’ tutti insieme. Mi accadeva sempre in gioventù, ero una bella ragazza, e non mi accadeva da tantissimo tempo: ricordo che all’epoca pensavo immediatamente a che cosa avessi che non andava. Oggi ho sorriso sentendo che il mio aspetto semplicemente rifletteva la mia interiorità di quel momento.

Il corpo parla. Sempre. E sa essere soltanto onesto. Il corpo manifesta l’anima. È il teatro delle nostre emozioni, direzioni, è la nostra storia.

Questa consapevolezza, oltre che della mia vita nel teatro, è il frutto di molte esperienze, tra cui la ricerca ‘The 2 performers’ che ho curato negli ultimi anni, dove “i due performer” sono corpo e anima alla ricerca di unità, e lo spettacolo ‘La Voce’, a cui stiamo lavorando da gennaio, che fa parte di un progetto di prevenzione dei Disturbi Alimentari, che ripercorre le tappe di una separazione e riunione tra mente, cuore e corpo, e con cui speriamo di debuttare entro fine anno.

Io non ho mai sofferto di Disturbi Alimentari, ma ho potuto lavorarci assiduamente durante questo incredibile 2020, e ho compreso quanto il tema del cibo e del nutrimento sia profondamente collegato con tutto il nostro essere e tutta la nostra intimità.

Non sono un’esperta di alimentazione, ma una donna che ha voluto, fortemente voluto, ascoltarsi. E la Vita mi ha aiutata, orientandomi in questo percorso. Le sono grata di mettere sulla mia strada alleati, amici, ispiratrici e ispiratori, con gesti eclatanti o con piccole azioni invisibili, e le sono grata di concedermi la lucidità di integrare (una parte de)i suoi insegnamenti.

Mi sento come la terra arata e pronta alla semina. Ciò che era sotto respira in superficie e ciò che era superficie conosce il profondo.

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Agosto 21st, 2020

Laguna, galassia, fiume, oceano e terra. Lettera al padre

Come sai, padre, tra Sant’Erasmo e Burano ci sono piccoli canali quieti che, poco dopo il tramonto, con la luce del crepuscolo che perdura, si colorano di un lilla un po’ aranciato che, quando passa una barca a motore, oleoso scivola nel nero delle zone d’ombra dell’onda, fino a lambire con questo colore doppio e così sincero le violacee eriche della barena in fiore.

Sin da bambina, in quei piccoli flutti calmi ci vedo irrimediabilmente le pieghe di una lunga gonna. Dimentico la barca che le ha generate e, tornato il silenzio, credo improvvisamente alla donna che l’indossa, stesa appena sotto la superficie dell’acqua, e alle gambe che le dondolano gentili da un lato e dall’altro.

E’ una visione che calma questo mio sentire, che diventare desidera, oggi, non meno radicale, ma forse meno furioso, meno imbizzarrito, più simile a quel dolce danzare orizzontale. Sono giorni che ci penso, a come fare, dal momento in cui vidi quella giovane donna morire, e dovetti accettare di volare nell’abisso che siamo con la stessa fiducia con cui m’immergo nel cielo dei miei aneliti.

Ho solo una risposta: ho bisogno di te, padre, transizione è una parola plurale, che dico, collettiva in realtà. Ogni società, come ogni famiglia, così sento, è una galassia dove tutto è in costante movimento. E nulla può muovere che tutto non cambi di posto. La scoperta di nuovi pianeti rimisura le distanze tra le stelle, ne arricchisce lo sguardo, cambia il punto di vista, e non ne cancella alcuna. Prendimi la mano e danziamo la rotazione, la rivoluzione, sotto questo spicchio di luna nuova e già avveduta.

Come il sole di questo momento, da cui mi riparo nel grande abbraccio di una quercia, la fede nel mistero della Vita adombra e illumina pezzi di pelle del mio corpo, la lascio fare, così che io possa conoscere tutta la mia bellezza, non solo quella che credevo possibile, e così che il mio corpo incontri senza tema la calorosa musica della luce così come la piena, fresca, placida e silente attesa dell’ombra.

Che tu, padre, possa sempre sentire senza che nulla di questa nostra natura materna debba gridare la sua esistenza.

Che tu possa amare il presente più del passato che va e del futuro che verrà, per accogliere i doni di ogni stagione. Come il fiume che, nelle dolci parole di Gibran, non può tornare indietro alla fonte, e non teme di perdersi nell’oceano, perché diventerà l’oceano.

(Forse è l’oceano, la fonte?)

Che tu possa rispettare la vita in te e attorno a te, e apprendere un nuovo, ulteriore, possibile modo di stare, di essere, di amare.

Che ogni uomo e ogni padre possa apprendere a ricevere la conoscenza senza giudicare, e ad attenuare la voce per creare con la madre un canto per la terra.

 

C’è qualcosa d’immenso, sublime, in ogni attimo, che sia drammatico o poetico, colpevole o nobile, spaventoso o confortante: forse una coscienza che la Vita non è perfetta, ma che, come mi dicono le sagge, la Vita è.

Con amore,

 

Carola

 

(Foto di Sofia Fernandez Stenstrom per “Magnifico 2018_L’uomo senza volto”)

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Giugno 3rd, 2020

L’Oceano. Prima è la crisi del corpo

Prima è la crisi del corpo.

Gli occhi che si chiudono e non riesci a tenerli aperti, per quanto ti sforzi. Un senso di nausea irrefrenabile. Non riuscire a trattenere nemmeno un sorso d’acqua. Per uno, due, tre giorni. Fino al terzo giorno non si preoccupa più o meno nessuno. “Perché il corpo si abituerà al mare, prima o poi”.

Ma no, niente. Non funziona il plasil, non funziona il canarino, non funziona il digiuno. Le gambe che cedono al punto che poi non ti muovi più, tutto il tempo nel “tuo” posto, in pozzo a poppa. Quarto giorno.

Sbandamenti notturni. La barca lanciata nel buio e nel nulla, io che non voglio entrare per nessun motivo in dinette, non posso, il mio corpo è sfinito ma trova la forza del rifiuto, nessuno può farmi cambiare idea: “dormirò ogni notte sotto le stelle, con ogni condizione meteo, con qualsiasi temperatura”, sento che è una promessa del corpo, la mia mente non ha potere su di lui. Esistono solo lui, il mio corpo, e l’oceano. E la barca che mi trasporta. Un gancio di acciaio è la nostra relazione. Quinto giorno.

I suoni distorti. Provare a fare nessun movimento. Sperimentare che tutto è movimento, soprattutto se stai solcando un oceano. Ogni volta che qualcuno accende una sigaretta, ogni volta che, come un essere incapace di pensare, la getta in mare dopo l’ultimo tiro, mi sento sempre peggio. Vomitare è la mia unica forma di protesta. Nessun’altra possibilità di oppormi. Rari momenti di neutralità, rarissimi di lucidità. Sesto, settimo giorno. Forse non è mal di mare.

Nella memoria echeggia chiara la voce del capitano. Dice che non ha mai visto una cosa così, in decenni di navigazione. “Ti prometto che questa notte penso a un piano B”.

Alle soglie dell’ottava alba, dentro di me un pieno e un vuoto.

 

 

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Maggio 2nd, 2020

L’Oceano. L’Oceano.

Sono due anni oggi che il Bright, la barca a vela di Aldo Revello con cui abbiamo attraversato l’Oceano Atlantico, ha mandato il segnale che ne ha annunciato la scomparsa al largo delle Isole Azzorre. Gli mancava davvero poco per tornare a casa e riabbracciare la sua famiglia. Avevo promesso di raccontare tutto quel viaggio, ma due anni dopo non ho ancora la certezza di farcela. Mi limito a sapere che oggi ne parlerò, perché ho voglia di ricordare un amico indimenticabile. Ciao, Aldo.

 

Partimmo il 5 dicembre 2017 da Las Palmas di Gran Canaria diretti a Forte de France, in Martinica, dall’altra parte del mare.

Appena qualche miglio fuori del porto, guardavo queste onde già giganti dietro la poppa e mi chiedevo quanto ancora potessero crescere. Un istante dopo il primo tramonto sentii freddo e scesi in dinette per prendere un ulteriore rinforzo al mio abbigliamento invernale. Giovanni venne anche lui. Il vento termico si alzò determinando un’accelerazione importante e improvvisa e inaspettata per noi: un’onda imponente mi trasportò in un unico balzo nella cabina di prua, sette-otto metri più avanti. Ricordo che mio marito e io ci guardammo per un attimo intensamente, senza proferire parola, realizzando per la prima volta quale potente esperienza davvero ci stesse aspettando. “Eccolo. L’Oceano.”

La traversata era incominciata.

Durante tutto il viaggio mi fu chiaro, in effetti, che c’era qualcosa che stavo capendo “lì e ora”, qualcosa che stavo vivendo e forse un giorno avrei compreso, e altro ancora, che sarebbe rimasto nel mistero, e nel profondo di me. Come un sogno di cui dimentichi pezzi.

Siamo una profondità insondabile.

 

Foto di Daniel Buffet, compagno di traversata

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Aprile 25th, 2020

L’albero genealogico e le sue influenze sul presente

La genealogia mi ha sempre affascinata, e ho avuto la fortuna di sperimentarne l’utilità durante studi ed esperienze di lettura dell’albero genealogico. Il sistema familiare può influenzare i nostri comportamenti di oggi, nelle relazioni, sul lavoro, con il denaro, con i nostri progetti in tutti gli ambiti.
 
Non siamo solo il prodotto del passato, ma esseri meravigliosamente creativi che, grazie alla consapevolezza intorno alle proprie radici, accedono più facilmente a quel patrimonio interiore di creatività.
 
In un momento come questo, rileggere il passato con occhi nuovi può essere una buona strada per immaginare un futuro diverso.
 
Per questo ho pensato di organizzare:
 
1) il lancio di un webinar introduttivo gratuito di poco più di un’ora per approcciare a questo strumento di conoscenza e di coscienza e per imparare a creare l’albero della propria famiglia.
 
Imparerai ad approcciare allo studio dell’albero genealogico, a raccogliere le informazioni utili e necessarie per crearlo, e a identificare le più importanti.
 
Si terrà SABATO 2 MAGGIO 2020 alle ore 11.00.
 
2) un successivo colloquio personale online per approfondire la lettura dell’albero ad un costo promozionale che sarò felice di comunicare agli interessati.
 
Insieme potremo osservare l’emersione di credenze che possono generare condizionamenti e ripetizioni sul piano materiale (denaro, corpo), emozionale (coppia, relazioni), creativo (generazione di progetti, sessualità) e mentale (idee, approcci educativi, credenze…), l’influenza di figure specifiche, l’eco di eventi significativi, la presenza di alleati etc.
 
Su appuntamento, scrivendo ad art@carolamininclericolussi.it.
Sul sito, a questo link è possibile leggere commenti e recensioni a questo lavoro.
 
Consiglio la lettura di “Metagenealogia – La famiglia: un tesoro, un tranello” di A. Jodorowsky – M. Costa – ed. Universale Economica Feltrinelli.
 
Per ulteriori informazioni scrivi ad art@carolamininclericolussi.it.
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Aprile 20th, 2020

Casa di risonanza, performance di arte riflettente sul tema della casa – aperto a tutti

Viaggiare. Oggi. Senza lasciare la propria casa.

Un’esperienza di relazione sensoriale guidata per abitare la casa come non avevamo ancora fatto.

E attraverso questo incontro sensibile riscoprirne il cuore, uno spazio intimo, familiare e confortevole che parla di noi.

Anzi, che parla con noi. In un linguaggio performativo.

In uno stato di calma e tranquillità, le nostre percezioni fisiche possono manifestarsi molto più ampie e sottili di quanto siamo abituate e abituati a considerare.

Applicheremo il training performativo con cui creo le mie installazioni di “arte riflettente” (una modalità creativa che ho sperimentato al ritorno da un viaggio nell’Amazzonica Venezuelana di cui puoi vedere qualcosa > qui), alla riscoperta delle stanze quotidiane, proprio quelle che crediamo di conoscere bene.

Si tratta di prepararsi a un viaggio sensoriale in quattro tappe gratuite che conducono nel finale a un vero e proprio gioco performativo e alla creazione di un’installazione di arte riflettente, in cui ci si stupisce come bambini, perché il flusso creativo ci porta sempre qualcosa in più di quello che possiamo immaginare.

In questo periodo ho sperimentato il processo con due differenti gruppi lavoro, ecco alcuni commenti:

“Un’esperienza completa, d’introspezione e di creazione.” Arianna

“Vedi con altri occhi i tuoi spazi. Lo sai che la casa parla di te. Ma non è più solo teoria.” Elena

“Un lavoro intenso e delicato che ti porta a sperimentare che la casa dove vivi ti dà un’infinita possibilità di scoperta di te.” Francesca

Un viaggio vero, profondo, a casa tua. Poi ami la casa, fluisci di più nella casa.” Alessandro

“Ti senti libero. E crei liberamente.” Giovanni

Una guida verso un magico viaggio. Con una voce incantata.” Fiorenza

“Ho capito che cos’è davvero essenziale qui dentro.” Brixhilda

“Un ottimo ricostituente in questo tempo.” Cristiana

“Vivi la casa com’è, non parli più degli oggetti, sei parlato da loro.” Innocenzo

“Un viaggio all’interno delle sensazioni. Avevo una percezione aumentata di tutto ciò che mi circondava.” Pietro

“Perfetto per il momento che stiamo vivendo. Un’esperienza di coerenza attraverso l’arte e la ricerca, assolutamente per tutti.” Alice

Il titolo “Casa di risonanza” è stato dato a un’installazione di arte riflettente creata dalla performer Cristiana Santambrogio che ha partecipato alla prima sperimentazione.

Il percorso avverrà su Zoom da giovedì prossimo, 23 aprile 2020, per quattro giovedì dalle 17.30 alle 19.30. E’ possibile partecipare anche alle singole esperienze, ma consiglio il percorso completo:

  1. TAPPA: LA CASA CORPO, giovedì 23 aprile 2020 ore 17.30-19.30

spazi e movimenti entro i confini della casa

  1. TAPPA: MEMORIA E NUOVO, giovedì 30 aprile 2020 ore 17.30-19.30

passato e futuro di una casa

  1. TAPPA: MY COMFORT ZONE, giovedì 7 maggio 2020 ore 17.30-19.30

silenzio vivo e intimità nella propria casa

  1. TAPPA: IL CUORE DELLA CASA, giovedì 14 maggio 2020 ore 17.30-19.30

performance di arte riflettente “Il cuore della casa”.

Informazioni e iscrizioni: è necessario iscriversi a ciascuna tappa del viaggio entro le 12.00 di ogni giovedì, inviando una mail ad art@carolamininclericolussi.it per ricevere il link alla Zoom Room.

Mi trovi su facebook e instagram come Carola Minincleri Colussi.

Foto: selfie nel giardino di casa mia.

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Aprile 2nd, 2020

Anteprima: La sposa volante, edizione Scatole Parlanti

C’è stato un periodo della mia vita, un paio d’anni fa, in cui di tanto in tanto pubblicavo su facebook inviti del genere:

“questa sera alle 20.00 ti aspetto per cena”.

Erano rivolti a chiunque. Non avevano un destinatario preciso. Stavo sperimentando l’apertura della porta del mio mondo privato persino agli sconosciuti. Nessuno si è mai presentato. Una persona non del tutto estranea una volta è stata lì lì per. Ma poi niente. Non eravamo pronti.

Poco dopo che Scatole Parlanti ha detto che avrebbe pubblicato “La sposa volante”, Alessandra Minervini, editor del romanzo, mi ha regalato una delle sue perle – sono pezzi da qualche tonnellata di saggezza concentrati nello spazio di una piccola sfera luminescente che infili con le altre in quel rosario di cristi e madonne che indossi attorno alla testa, anziché al collo, sperando di assorbire:

“voi veneti siete un po’ chiusetti. Dovresti aprirti un po’.”

Sembra una frase innocua. Invece, come fa, ha toccato il centro del centro.

E pensare che, da quasi vent’anni, il mio lavoro è nel teatro e nella performance. È vero che sono abituata a stare sul palco o nei suoi pressi, ma un rito che si celebra insieme al pubblico non è la stessa cosa, non è lo stesso genere di apertura. Anche l’attore si lascia vedere, ma il suo cuore batte all’unisono con quello di chi guarda e lui lo può sentire. Essere in presenza è un dono che si dà e si riceve al contempo, nella potenza del momento. Scrivere un romanzo, il primo per me, è stato ricevere. Da un’intimo stato di unione e di contatto con una me più ampia di come sono capace di vedermi. E il dono, se così posso chiamarlo, sarà ora, quando uscirà (a fine quarantena, non sappiamo ancora quando esattamente), e da quella stanza intima se ne andrà nel mondo, entrando nelle vite altrui, nelle case, magari per un dopocena.

Sentiremo il cuore battere a distanza? 

Intanto da oggi ascolto Alessandra, mi apro un po’, preparo l’uscita de “La sposa volante”, racconterò un po’ di lei, Agata, un po’ di me, un po’ di quel che è stata quest’avventura, forte come attraversare un oceano a vela e sperimentare che l’acqua unisce le terre, non le separa. E bella, bella come tornare a casa dopo tanto tempo. Oggi forse è meglio dire come uscire di casa dopo tanto tempo.

 

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Marzo 24th, 2020

Hope over fear. Con luna nuova e sempre

Hope over fear è un’installazione dedicata alla conclusione di un ciclo della vita, e quindi all’avvio dei nuovi cicli con più speranza che paura.

E’ formata da un pannello in legno su cui sono apposti uno slogan – che proviene da una visita al Centro Nobel per la Pace di Oslo – e un mucchio di capelli veri, i miei, tagliati proprio a conferma di quel voltare pagina che le persone, in particolare le donne, spesso segnalano  così, e quando lo fanno, in genere è già avvenuto. E’ come un segnale fuori di ciò che dentro è già accaduto.

Vivo la quarantena imposta dal virus Covid-19 come un grande reset della società contemporanea. L’innegabile fine di un ciclo su cui ogni mattina m’interrogo.

Oggi c’è luna nuova in ariete, che speriamo ci conduca a intravedere la fine di questo periodo di riflessione mondiale, non senza averne accolto la lezione. Non mi aspetto di ritrovare il mondo cambiato sul piano materiale, sicuramente vivremo nei residui del pensiero della vecchia società, ma ripongo fiducia nel fatto che stiamo iniziando a cambiare perché un giorno il pensiero dominante sia rivolto all’edificazione di una coscienza di specie, e non più d’individuo.

Con questo nuovo chip infilato sotto il costato, respiro, medito, ascolto. Due sono i miei focus:

1) che cosa lasciar andare, di concreto, in accordo con la proposta di cambiamento che il nostro Pianeta Terra ci sta facendo, che sia un’abitudine, un pensiero, una caratteristica del mio carattere. Quali sono i miei attaccamenti?

2) che cosa integrare, di altrettanto vivido e concreto, nel prossimo ciclo? Un’azione, magari, anche piccola. Ma nuova.

Come questa luna.

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