Dicembre 14th, 2020

Gli artisti? Leader senza voce.

Penso che quello che sia accaduto al mondo dell’arte ultimamente sia assolutamente coerente con la società resettata da cui proveniamo, e al contempo che sia giunto il momento di lavorarci su.

Sin dall’inizio della pandemia gli artisti sono stati leader sociali, punti di riferimento per intere comunità, a livello privato, s’intende. E non è un caso: essi lavorano con l’interiorità, con il sentire, con le paure, con le emozioni, in poche parole: con le persone. Sono persone che ascoltano. Sono tutti sensibili (anche se non tutti sono empatici). Sono spesso gli innovatori della società, coloro che hanno le intuizioni sul futuro, per l’abitudine di addentrarsi nel mistero della vita e della coscienza umana.

Eppure ciò che si è visto è che non hanno ufficialmente un posto. Ci penso e ci scrivo su da molti punti di vista, già da un po’.

Non entro nel merito delle azioni che colleghi più preparati e titolati stanno attuando per la categoria degli artisti per iniziare ad esistere istituzionalmente, ma condivido la mia visione delle cose, poiché quello che gli artisti stanno dicendo è che non hanno voce perché il Ministero non li ascolta e, casualmente, io da gennaio scorso sto studiando per mettere in scena uno spettacolo che si chiama “La Voce”.

“Ma che c’entra?”, direte voi, uno spettacolo che prende il via da uno studio sull’anoressia, con la crisi dell’arte e il suo mancato ascolto da parte delle istituzioni?

Lo spettacolo si intitola così perché molte persone che hanno sofferto di un Disturbo del Comportamento Alimentare riportano l’esistenza di una voce in sé, tirannica e crudele, che invita a creare le condizioni per la sofferenza fisica attraverso un comportamento alimentare compulsivo e altre abitudini dannose. Tra le infinite maglie e sfumature di quella ricerca, impossibile non osservare e non sentire nei corpi affamati, drammaticamente, violentemente e mutamente espressivi delle persone anoressiche il teatro del rifiuto e della prigionia, la manifestazione autodistruttiva della violazione di sé, della profondità e della sensibilità, di cui le persone affette da DCA sono estreme rappresentanti, della galera interiore a cui costringe una società in cui l’interiorità non ha alcun valore e deve essere dimenticata o soppressa, dell’unicità dell’essere a fronte dell’omologazione collettiva della società dell’apparire.

Le istituzioni sono l’espressione della società, e il suo mezzo per organizzarle la vita.

Di quale società sono dunque espressione? Di una società che concepisce l’arte unicamente come un bene materiale da consumare: i teatri, i musei sono considerati in quanto edifici, e depositi di opere che si possono toccare. Le realtà considerate dalle istituzioni sono tendenzialmente le più grandi, come se il tessuto culturale di cui l’Italia si fregia come di un DNA non avesse altra essenza e altra dignità. Tutto ciò che è essenziale all’arte, la ricerca, il confronto, il viaggio, le prove, la vita, non toccandosi come un mattone e non mangiandosi come un panino, semplicemente non esiste.

La società resettata da cui proveniamo era la società del muro. Che cosa rappresenta il muro?

Senza scomodare i Pink Floyd, mi è abbastanza immediato vedere nel muro il simbolo della materia.

Non ci sarebbe niente di male nella materia se fosse chiaro che non è separata dall’essere. La prima materia con cui facciamo contatto è questo nostro corpo, la materia allora contiene la vita, ci fa fare esperienza della vita. Ma noi l’abbiamo dimenticato, e da troppo tempo abbiamo separato il corpo dalla sua interiorità. Vale per il nostro corpo umano e vale per tutto ciò che ha un corpo. Ci siamo raccontati che si può conoscere il mondo, toccarlo, senza sentire. E com’è facile distruggere, quando non senti la vita dentro le cose. E noi ci siamo dati questa licenza di distruzione,  ci siamo abituati a crederci più importanti della natura, delle piante, degli animali, più importanti degli altri esseri umani.

Abbiamo tagliato gli alberi in tutte le nostre città senza ragioni chiare e condivise, siamo quelli che hanno distrutto la foresta amazzonica, “il polmone del mondo” e ci siamo ritrovati preda di un virus che colpisce i polmoni. Siamo quelli che erigevano muri e muri, “prima gli Italiani”, “prima i Veneti”, “prima i Veneziani”, “prima quei de Casteo”, insomma, “prima io!”, e vale per tutti i paesi come il nostro, fino a che ci siamo trovati dentro 4 mura da soli, e non ci è bastato ancora per capire. Se questi siamo noi, ci sorprendiamo perché l’arte, voce dell’interiorità, dell’invisibile, non ha davvero un posto in questa società, del fatto che non ha un diritto, che non ha voce?

Personalmente credo sia l’ora di agire sulle radici profonde di questa rossa voce muta, di questo corpo affamato che si rende invisibile teatralizzando la sua espulsione dal mondo, e io le individuo nello squilibrio degenerato tra valore di ciò che è materiale e valore di ciò che è interiore e invisibile. Fare ed essere stanno insieme. Forma e sostanza stanno insieme. Interiorità e corpo stanno insieme. Si incontrano all’altezza del cuore. L’una senza l’altro degenerano. Fino al reset.

Voglio una voce di petto.

 

Foto: Prima immagine dello spettacolo “La Voce” di FZU35 Flowing Streams.

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Dicembre 14th, 2020

R E S E T (Oceano e Pandemia)

Mentre attraversavo l’Oceano mi era chiara la profondità del viaggio, ma anche – come ho scritto nella prima puntata di questo diario – che alcune cose le avrei comprese molto più tardi e altre probabilmente mai.

In questi tempi di pandemia quel viaggio continua a ritornarmi alla mente, mi dice di scriverne. In particolare, poiché ora capita più di frequente di conoscere persone che hanno fatto o stanno facendo l’esperienza della quarantena, e i racconti di chi ci finisce dentro hanno qualcosa in comune con quella mia esperienza: ero, come loro, in un luogo confinato, in cui sentivo soprattutto i miei, di limiti. Mi ritrovavo di fronte alle mie tensioni, alle mie paure, alle mie svariate strategie di controllo, tutte azzerate, tutte inutili, di fronte a un oceano da attraversare.

Ci sono dei momenti in cui, che tu lo voglia o no, la vita ti infila in un processo di reset, di azzeramento: tutto da rifare. Io nel processo mi ci ero infilata da sola (se solo penso che la traversata era il mio viaggio di nozze…). E non era nemmeno la prima volta che mi ci ficcavo. Sono una piccola “esperta” di reset, di momenti che ho spavaldamente battezzato “until the end” o che altre volte, ispirandomi ai tarocchi di Marsiglia, chiamo “arcano X”: la Ruota di Fortuna, archetipicamente indicante un ciclo che va a concludersi, annunciandone un altro che, però, non è ancora aperto. E’ come un confine tra i mondi, da attrice mi verrebbe da accostarlo al fiato tra due parole: porta l’eco della parola precedente, e il misterioso afflato del futuro, ma non incarna né l’una (l’eco, il passato) né l’altro (l’afflato, il futuro). Non è la saggezza dell’arcano VIII – L’Eremita, saldo nella sua memoria, fiducioso verso il futuro, è piuttosto il reset di memoria e futuro. La fine/inizio. Il momento di interrogarsi sulla propria “fortuna”, le competenze integrate, le risorse interiori, su ciò che siamo nell’ora e adesso e sul potenziale che non possiamo sapere, ma possiamo sentire.

Principalmente è uno stare. In condizioni di scarsa visibilità, al massimo echi di luci lontane, troppo indietro per ricordare il loro nome, e di raffiche d’aria che levati. Perché il reset si fa a colpi di vento, e a kili di zavorra che si stacca e cade in mare, è una pulizia interna che accade, e tu soltanto osservi. Navighi e osservi.

Certo, le misure di sicurezza vanno prese, è la nostra parte di lavoro, per uscirne incolumi: tanto più vento c’è, tanto più devi ridurre la superficie esposta delle vele, perché non si strappino e la barca non si rovesci. Ma sostanzialmente che puoi fare?

Non devi cercare i tuoi punti di riferimento, non è la cosa da fare, perché non ci sono. Mentre navighi, ovunque tu guardi tutto esiste un istante e poi non esiste già più. Fa parte del gioco del reset.

Non c’è nulla a cui appigliarsi, fuori. Ma dentro c’è un istinto: all’equilibrio. Non si serve di calcoli, ma di piccole intuizioni successive, il cui risultato si manifesta, anche in barca, sottoforma di appigli in cui ci sta giusta la tua mano. E si fa bene ad accontentarsi, di quella perfezione momentanea.

Scorrere, ecco la cosa da fare. Come la barca sull’acqua, un’acqua che è tutto tranne che liscia, che fa sentire allo scafo, ad ogni balzo il dolore di ogni separazione, e che è al contempo un salto verso il cielo. Non puoi fermarti, non puoi tornare indietro. C’è solo una direzione, che non richiede nemmeno il tuo coraggio, basta solo che tu ci sia, e che ti lasci andare. Basta ed è necessario.

Apprendere la solitudine, anche, servirà, fino a sentire che la solitudine è come il fallimento, non esiste, oppure esiste come un’invenzione umana. E vivere, vivere con l’anima la nostra umana fragilità, che poi è il corpo, un corpo che non dura per sempre, come ogni viaggio, e come i viaggi è vero in ogni momento.

Il reset insegna l’arte di stare in un paesaggio notturno con le stelle coperte di nebbia o foschia, se va bene, accettando l’assenza di orientamento e l’azzeramento dei parametri noti, in attesa delle nuove e ancora misteriose informazioni.

L’ombra dello stare è il ristagno, ma la luce dello stare è l’essere: quando la barca attraversa notti oscure e groppi di maltempo, carichi di raffiche intense, non c’è modo di sentirsi sicuri. Ma è impossibile non sentirsi vivi.

E l’alba risorgerà.

 

Foto: l’ho fatta io dalla barca all’ultima alba del viaggio.

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Dicembre 1st, 2020

Cultura tutti i giorni/11 ragioni per amare la cultura

Questo è il mio quarto articolo sul tema della cultura. Nel primo dicevo che cos’è per me oggi “cultura”. Dico anche che cosa non è:

  • non è sapere tante cose
  • non è fare citazioni in latino
  • non è fare eventi.

 

Secondo me la cultura non basta farla, si può amarla, e vorrei dare undici ragioni per farlo:

 

  1. La cultura ti fa incontrare te stesso e t’insegna che sai poco e che quello che sai non è l’unica cosa possibile. Questo significa l’affermazione “la cultura apre la mente”. In tal senso, è la strada che dona forza, radici, contenuti e linguaggi per comunicarsi e per comunicare. La cultura è relazione.
  2. In un mondo di comunicazione di massa, fake news e qualunquismo, la cultura aiuta a costruirsi un pensiero critico, a esprimere un’opinione diversa senza paura del giudizio, a non avere paura di essere diverso dagli altri se il tuo pensiero è libero, a viverti la vita sapendo di avere sempre più di un’alternativa e a imparare a scegliere.
  3. La cultura ti sosterrà quando saprai attendere un riconoscimento autentico, che non sia frutto del compromesso, del servilismo o dell’opportunismo.
  4. La cultura ti porta a comprendere da dove vieni, le matrici di base della tua educazione, della mentalità delle persone che hai attorno, ti aiuta a ricordare chi sei, a sognare qualcosa di nuovo, a ricominciare se qualcosa è andato storto.
  5. La cultura previene il disagio giovanile, quel malessere di chi non si è ancora incontrato, che spinge a soffocare le emozioni a cui nessuno gli ha insegnato a dare un nome, a riempire le giornate di cose autodistruttive, e a cercare “iniziazioni” all’interiorità nel mondo delle dipendenze. Favorendo la conoscenza di sé e delle emozioni umane, la cultura è un efficace strumento di prevenzione e sicurezza.
  6. La cultura è il fare con dentro l’essere. E’ un approccio alla vita che migliora la vita delle persone. Fa la differenza tra ragazzi e ragazze che diventano uomini e donne soddisfatti o insoddisfatti, tra persone che hanno incontrato il proprio talento, e riescono a definire con chiarezza i propri obiettivi, e chi si radica nel disfattismo e nella rassegnazione.
  7. La cultura è vitalità. Dove l’attenzione alla cultura è quella per le cose amate, l’offerta culturale consente ai cittadini di tutte le età di uscire dalle abitudini e sperimentare cose nuove, scegliendo tra varie alternative, trascorrendo le serate in una città viva che offre tante opportunità di incontrarsi e di condividere uno spirito di comunità.
  8. La cultura è un lavoro. Dove l’attenzione all’arte e alla cultura è quella per le cose amate, gli artisti non sono costretti a fare altri lavori o a emigrare in città d’Europa più accoglienti e visionarie. La cultura riempie le città di persone e i giovani di stimoli e dà lavoro.
  9. La cultura è la chiave dell’innovazione nel business. E’ lo spirito che incontra la materia, e nonostante le tradizioni, vanno d’accordo. Nelle imprese consapevoli della loro cultura intrinseca c’è, più frequentemente, un comportamento etico e più rispetto negli ambienti di lavoro.
  10. La cultura è leva di un turismo quieto, non invadente, che stimola i commercianti a sviluppare un’offerta più raffinata.
  11. La cultura ti trasformerà un giorno in un genitore consapevole (mente aperta, pensiero critico, allergico ai servilismi, educato alle emozioni, soddisfatto, vitale…) che si sarà educato a guardare i figli negli occhi senza timore di essere guardato.

 

Nell’immagine di Davide Gasparetti il “mantra” su cui si è fondata Farmacia Zooè, la mia compagnia teatrale.

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Novembre 9th, 2020

Cultura tutti i giorni/Senz’arte (continua da intro precedente)

[continua da intro precedente]

Domenica 1. novembre 2020 sono stata a una manifestazione sul tema della chiusura dei teatri italiani durante questa seconda fase pandemica. C’era la stessa energia che si respira ai funerali, quindi non ho scattato fotografie. E lo era, un funerale, ma uno di quei funerali con i soli parenti stretti.

Una processione di colleghi, e io stessa, leggevano o improvvisavano interventi, ero d’accordo con tutti, i delusi, gli amareggiati, i provocatori, gli arrabbiati, e soprattutto Pigi, che ricordava che il teatro è nato per scuotere le masse e che dovevamo ripigliarci, perché sembravamo arresi.

Ero d’accordo con tutti ma mi chiedevo: “dov’è la città?”

Noi artisti ci crediamo indispensabili, e per me lo siamo, più che noi è indispensabile l’arte, che cerchiamo di lasciar parlare attraverso il nostro lavoro. Ma per la società di oggi no, non lo siamo indispensabili.

Dov’è la gente quando si parla di nutrire l’interiorità e proteggere il nostro mondo emozionale?

Non mi voglio chiedere perché non ci fossero tutti, così come ci sarebbero se chiudessero i supermercati. Del perché ci sono tante ragioni: la storia, la tradizione, la natura materialistica di quest’epoca, che riconosce valore solo a ciò che tocca… Sono riflessioni che meriterebbero approfondimento a sé.

Io mi voglio chiedere “COME”. Da artista mi voglio responsabilizzare sulle modalità con cui aprirsi a tutti, parlare con gente facendosi capire, trasmettere nella vita ordinaria di tutti i giorni il valore profondo che ci fa dire “l’arte è straordinaria, l’arte è indispensabile!”. L’arte è a servizio della vita. E la vita è qui, adesso, ogni giorno.

Una società in cui l’arte non è percepita come fondamentale non poteva sopravvivere ancora a lungo, ma il mondo dell’arte s’interroghi. Come può esserci così chiaro che non può esistere un mondo senz’arte, e al contempo del tutto oscuro come davvero farne parte?

Non dobbiamo mai più parlare da soli, mai più.

Come?

A me la speranza e l’ispirazione l’hanno data tre cose, piccole e importanti, l’unico spiraglio attraverso cui ho respirato:

  1. l’intervento di Lucia, leader di Our Voice, una ragazza di sedici anni che lotta per denunciare le ingiustizie, come quella di chiudere i teatri perché ritenuti i primi sacrificabili (quando siamo gli ultimi a poter lavorare online, poiché online il teatro cambia significato e scopo) quando per lei il mondo relazionale ed emozionale che il teatro consente di vivere, un mondo già sacrificato dal distanziamento e dal coprifuoco, è essenziale alla vita umana, in particolare nell’adolescenza
  2. gli interventi di Cristina, Sabrina e una madre con un bambino a mano: tre persone del pubblico, non ce n’erano molte di più, venute a testimoniare che il teatro e l’arte sono vitali per comprendere e dare valore alla nostra umanità, per imparare ad amare, e per educare
  3. le corse dei bambini che, noncuranti dell’aria funesta, continuavano con le loro incursioni, su e giù da un palco che raccontava un mondo senz’arte, con i loro abiti colorati e le loro grida di gioia e divertimento impossibili da controllare.

 

Foto: un’immagine dello spettacolo “Religions”, di Farmacia Zooè, scattata da Davide Gasparetti

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Novembre 2nd, 2020

Cultura tutti i giorni/Senz’arte (intro)

Sono passati quasi otto anni da “Senz’arte”, performance che ideai per il collettivo Lavanderia Young, coordinato da Isotta Esposito, che ne fu la regista. Quelle giovani performer stavano cercando un modo di protestare contro la riduzione delle ore di Storia dell’Arte nelle loro scuole attuata dalla Riforma Gelmini.

Era stata per me l’occasione di una provocazione, prima di tutto per loro, le artiste:

“Vi invito a trascorrere una settimana, 24 ore su 24, senza poter entrare in contatto con nessuna forma d’arte. Niente musica, niente film, niente video, nessun romanzo, né poesia, no musei, no teatri, no cinema…”, dissi loro, “e se passando per la strada vi compare davanti la vetrina di una galleria d’arte, un quadro, dovete distogliere immediatamente lo sguardo e procedere, e se qualcuno accanto a voi ascolta una canzone a volume alto dovete cambiare posto, andarvene. Questo è il concept, prendere o lasciare.”

Era il 2013.

Isotta non ha mai lasciato una sfida in vita sua. Così lo fecero, e lo fecero al massimo dell’impegno, con un costante controllo da parte della regista. Alla fine delle settimana accaddero queste cose in apparente contraddizione:

  • dissero che si sentivano sostanzialmente “depresse”: stilarono una lista sorprendente delle cose che non avevano potuto fare, comprendendo e rivelando che un mondo “senz’arte” sarebbe stato un mondo inattivo
  • compresero che non può esistere un mondo senz’arte, perché mentre negavano l’arte, la stavano facendo. La loro stessa performance fu l’unica espressione artistica consentita durante quel tempo e, a detta loro, fu questo, e l’obiettivo di scuotere le coscienze sottendeva, che le motivò.

Questa forma di protesta pacifica e coinvolgente testimoniò che è impossibile non incontrare l’arte nelle nostre vite, l’arte è ovunque, non è staccata dalla vita, è nella vita e nella quotidianità, ne parla, ne mostra le profondità, ne traduce il linguaggio sottile. L’arte parla della vita, è a servizio della vita. E la vita è intrisa d’arte.

[continua]

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Ottobre 15th, 2020

Come i marinai di tutti i tempi

Ottava alba in Atlantico. Ieri sera Aldo, il capitano del Bright, la barca a vela su cui stiamo traversando dalle Canarie alla Martinica, mi ha promesso che avrebbe pensato al piano B. Perché da oltre una settimana non mi riprendo e in barca non c’è più nulla che io non abbia ingerito o ricevuto per endovena per cercare di stare in piedi.

E dopo quella promessa, mi sono addormentata sotto la pioggia e ho avuto una visione, a metà tra sogno e allucinazione. Ho visto il Bright entrare nel porto di un’isola dal nome di “Santa Capra”: ci eravamo entrati perché io potessi scendere, prendere l’aereo e ritornare a casa, la qual cosa, però, cioè il mio sbarco, non avveniva mai.

Aldo è una persona di parola, così dopo colazione mi raggiunge. Accanto a me c’è anche Giovanni. Ho la forza e l’energia di una persona che ha sperimentato il delirio della febbre, sono completamente priva di forze, non riesco a esprimermi, ma la mia mente è ritornata lucida, pronta ad ascoltare la soluzione che mi salverà.

Il capitano mi si avvicina, e con dolce fermezza mi dice:

“Da qui, la terra più vicina è a tre giorni di navigazione controvento”.

E se in mare un discorso inizia così…

Segue la precisa analisi delle opzioni a cui ha pensato, del famoso piano B, e di tutte le ragioni che ne impediscono l’applicazione.

Una dopo l’altra sfumano tutte le mie speranze di scendere da quella barca prima di tre giorni, ma io lo sento: se le cose continuano così, io tre giorni non li ho. Che fare? Ed è lì che mi giunge, inaspettata, non come un ordine, non come un consiglio, ma come la più semplice delle verità, la proposta di Aldo:

“Farai come i marinai di tutti i tempi, reagirai al mare.”

Niente racconta la vita come il mare, ma mentre questo lo avrei ben realizzato solo all’arrivo, lui lo sapeva molto bene. Mi stava invitando ad attraversare l’Oceano mentre attraversavo l’Oceano, a non fare nient’altro che questo. Mi stava dicendo “farai come gli esseri umani fanno dalla notte dei tempi, vivono”.

Già, ma come si fa a reagire al mare?

Come si fa a vivere? Mi viene in mente una compagna di scuola, che aveva la mania di scrivere sul suo diario “si vive”, accostandolo a un segno grafico particolare, sempre lo stesso che, ora che ci penso, aveva qualcosa dell’onda, del fiume, del mare.

Attraversare il mare della vita è accettarne i flutti senza lasciarsi sopraffare, alzandosi in piedi, piegando le gambe, ammortizzando le cadute, attraversando le tempeste, godendosi i momenti di bonaccia, il vento a favore, riposando il necessario, guardano le stelle per orientarsi, l’orizzonte, i tramonti infiniti. Semplicemente, vivere.

[to be continued]

Foto: il tatuaggio di Aldo Revello nello scatto di Daniel Buffet

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Ottobre 6th, 2020

Cultura tutti i giorni/Altezzosità o distacco

Uno dei limiti del cosiddetto “mondo della cultura” è stata, in passato ed è ancora nel presente, una certa altezzosità, che mi è sempre risuonata come la forma deviata di una qualità importante: la capacità di distacco.

Dentro l’altezzosità salvo il distacco, quello sguardo capace di testimoniare senza giudicare che, per me, è tra le qualità essenziali degli artisti.

Si tratta di una linea sottile, quella che separa distacco e altezzosità, ma di un confine decisivo, come appunto quello tra testimonianza e giudizio.

Confondere ciò che vediamo con ciò che sentiamo è un errore comune, indotto da frustrazioni, competizione, svariati tipi di emozioni che si mescolano producendo, il più delle volte, un sentimento di arroganza: credo di sapere, credo di conoscere, e di conoscerti ma, per la verità, non so nulla di te.

Per quanto mi riguarda, la verità si costruisce collettivamente, e sulla base della condivisione di esperienze, non su pregiudizi e preconcetti. Sono convinta del fatto che anche nei conservatori, che strategicamente amano restare nel giudizio, rimanga intatta la possibilità di sperimentare un nuovo tipo di contatto con la realtà, scoprendo che nessun innovatore teme di non piacere ai conservatori.

Quando, durante la pandemia e appena dopo i primi provvedimenti di lockdown fu evidente che arte e cultura non erano stati considerati “settori” da salvaguardare, non per malafede, ma per la loro invisibilità agli occhi non solo del Governo, ma proprio della gente, mi risuonò per l’ennesima volta nella mente il paradosso della nostra Italia, il “Paese dell’arte e della cultura”, dove la cultura non è considerata e gli artisti mediamente sono poveri e talvolta si comportano come un branco di cani affamati sulle briciole di una pagnotta, assecondando le logiche di un potere che nel fondo disprezzano, per paura di restare esclusi dall’assegnazione di piccoli apparenti privilegi.

Non mi domandai perché noi artisti e operatori del mondo culturale fummo “i grandi esclusi”, iniziai piuttosto a chiedermi quale fosse la nostra parte di responsabilità in questo, m’interrogai sul perché ciò che noi “esseri sensibili” sentiamo “fondamentale” per il genere umano e la società, per il genere umano e la società sembri inutile o superfluo. Restando astratti, nel mondo del solo spirito, dico, le ragioni potrebbero essere e sono oggetto della saggistica dei grandi pensatori, ma entrando nel concreto delle nostre piccole vite quotidiane, mi risposi così:

giudicare il pubblico

giudicare l’arte

giudicare gli altri artisti, spesso senza mai aver incontrato né loro né la loro arte (pre-giudicando)

competere contro gli altri artisti

invidiare

fare della sindrome dell’escluso una bandiera

giudicare il denaro

giudicare il rapporto tra qualità del sentire e materializzazione del valore

ignorare le leggi universali che regolano la relazione tra invisibile e visibile

sentirsi vittime

una falsa apertura agli altri

una falsa tolleranza

confondere la cultura con il mero studio

confondere la cultura con la mera esperienza

confondere il successo con la fama

confondere il successo con il denaro

giudicare il successo degli altri.

Negli ultimi 27 anni ho fondato la mia ricerca artistica su azioni nella vita, e non solo sui libri, su viaggi ed esperienze – anche estremi, incontri illuminanti, e soprattutto sulla disponibilità a mettermi in gioco per crescere e rimediare alle falle delle mie insane abitudini interiori, e dal 2017 mi sono dedicata al tema che ho intitolato “dell’unità di corpo e anima”, ricerca tradotta in progetti tangibili, creati in forma indipendente mediante lavoro rigoroso, e messi successivamente a servizio della comunità. Non solo perché credo che l’evidente conflitto vissuto dal mondo dell’arte, specialmente in Italia, sia un retaggio antico che impedisca l’evoluzione della società, che ha bisogno di essere nutrita proprio dalla relazione tra l’alto pensiero e la quotidianità, ma anche perché un giorno ho promesso a mio padre che avrei cercato un modo di comunicare con mio fratello: pare che non vi siano sulla faccia della terra persone più distanti e diverse di noi due.  E’ geniale, la vita, a metterti fratello o sorella di qualcuno che non capisci: sperimenti la violenza distruttiva e autodistruttiva del giudizio e diventa la tua scuola di tolleranza e di comprensione, anno dopo anno. Che poi la soluzione, sulla carta, è dietro l’angolo, e nel mio caso è la voce di un padre ad avermela offerta. Un giorno, durante un grande litigio tra me e mio fratello, ci interruppe bruscamente con le lacrime agli occhi e disse: “parlate da ore e non avete ancora detto una cosa bella l’una dell’altro”.

Ecco, è il tempo di incarnare lo sguardo capace di vedere la bellezza dell’altro.

 

Foto di Lisa Bifulco per il mio workshop “undressed” al PAC – Padiglione Arte Contemporanea di Firenze

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Settembre 14th, 2020

Cultura tutti i giorni/In viaggio con i Candidati a Sindaco della/delle mia/mie città

Gentile Candidato,

spingiamoci avanti di dieci, quindici, anche vent’anni. Mettiamo che LA SUA VISIONE delle città di Mestre e di Venezia, i principi su cui ha scelto di basarne l’amministrazione e i suoi valori abbiano attecchito e siano addirittura stati incarnati dall’intera popolazione. Facciamo questo sforzo di immaginazione. Bene. Ora insieme:

1. Voliamo un mattino di fine estate con un elicottero sopra le due città: che forma hanno assunto? L’architettura come si è sviluppata, in altezza? Quanto verde c’è? Ci sono aree protette? Zone artigianali? Nuovi edifici? Se si, quali? Fabbriche, teatri, musei, scuole, uffici, centri commerciali… Sono collegate le due città? Come?

2. Chi si prende cura degli edifici, dei beni e dei valori che osservavamo dall’alto? Chi concorre alla loro vitalità? Grandi nomi? Investitori stranieri? Il tessuto culturale, sociale, produttivo urbano? Un mix di tutto o prepondera una categoria?

3. Ora scendiamo a terra e facciamoci un giro nelle due città. Ci dica, che città stiamo attraversando? Per cortesia, sia preciso. Quanta gente incontriamo? Che tipo di persone le abitano? Che lavori fanno, la maggior parte delle persone? Come sta muovendosi la gente (a piedi, in barca, in bici, in auto, con i soliti mezzi, con nuovi tipi di mezzi…)? Che tipo di attività commerciali riscuotono la nostra attenzione? Dove andiamo a mangiare, che alternative offre la città? Ci sono tanti giovani o pochi? Se sono tanti, come mai vivono qui? Le persone le sembrano serene? Hanno cani con sé? E ci sono luoghi dove possono portarli? Che sport stanno praticando i ragazzi al parco? Ci sono parchi? Si respira? C’è ombra? Che alberi ci sono? Sì, sì, ha capito bene, le chiedo proprio che alberi avevate scelto di piantare o di preservare.

4. Oggi c’è un evento che ha attirato molta gente in ciascuna delle due città. Può essere lo stesso o diverso, scelga lei, purché sia un evento che davvero esprima la vocazione riscoperta dalle città e lo spirito di comunità radicatosi grazie anche all’impegno con cui lei aveva promosso la sua visione negli anni. Che evento è? Di che gruppi di persone stiamo parlando?

5. Ora è sera. Le città sono affollate o deserte? Ci sono locali aperti? I teatri sono aperti? Quante sere a settimana? Le ragazze vanno in giro da sole? C’è molta polizia in giro? C’è ancora un carro armato a piazzale Roma? Ce ne sono altri? E a Mestre?

6. In tutta la giornata abbiamo visto soltanto una manifestazione di protesta (anche nei migliori sogni non si è mai tutti perfettamente d’accordo): chi l’ha promossa e perché? Cosa manca ancora, a queste due meravigliose città?

(P.S. I cittadini possono liberamente aggiungere visione alla visione, domande alle domande).

Ringrazio i Candidati che vorranno mettersi in ascolto.

 

Carola Minincleri Colussi

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Settembre 8th, 2020

Cultura tutti i giorni/Perché mi chiamo cultura

Mi riprometto di dedicare tutto l’anno a venire a una messa a terra del concetto di cultura.

Vorrei davvero provare a rendere semplice e interessante quest’idea apparentemente astratta e lontana dalle persone, così che possa incarnarsi, cioè prendere luogo nella carne, nel corpo, un po’ di più. Vorrei trattare la cultura come un essere vivente, come qualcuno che viene al mondo. Inizio oggi.

Quando veniamo al mondo ci danno un nome. Il mio è “Cultura”.

E’ un nome tradizionale, tipo Francesco o Giulia in Italia, Marie o Jacques in Francia, John o Brenda negli Stati Uniti. 

Deriva dal latino “cultura” (sì, uguale), una parola che viene da un’altra parola, “cultus”, che significa “coltivato”.

Ma come il grano, come i pomodori, come la soia?

Sì, esatto! “Con un’assiduità pari a quella dell’agricoltore”, dice etimo.it, il sito dove puoi scoprire l’origine delle parole. L’agricoltore in effetti va nei campi ogni giorno, perché solo con dedizione quotidiana riesce a far sì che le piante fioriscano e fruttifichino.

E cosa c’entra?

C’entra. Metti che le piante siano gli esseri umani: per favorire la loro fioritura, cioè la scoperta e valorizzazione del loro talento, perché si sentano soddisfatti, felici e amati, magari pure “belli”, e fruttifichino, cioè riescano a fare anche qualcosa per gli altri, e non solo per se stessi, che sia una piccola azione quotidiana o una grande scoperta che cambia la storia e la società, occorre “coltivarli” con “assiduità”.

Ma coltivarli come? Già i greci fondavano il modello educativo della “paidèia” (da paîs, paidós = “ragazzo”) sull’obiettivo di “rendere i fanciulli esseri umani civilizzati”, ovvero certamente “istruiti”, ma non solo: in grado di crescere spiritualmente, cioè di relazionarsi alla propria interiorità e con le grandi domande di noi esseri umani, e dotati di un’etica che sia faro dei loro comportamenti e nelle loro relazioni. Per i greci e per i romani, è l’insieme di questi aspetti a guidare l’inserimento armonico di un giovane nella società, a farne un “cittadino”.

Ecco, dunque, il mio nome, che per molti suona oscuro o mette soggezione, ha in realtà a che vedere con la stessa umiltà con cui il contadino si prende cura della sua terra e delle sue piante, perché per crescere non basta nascere, bisogna continuare. Una cura fatta di più elementi, di più strati: per essere umani non basta avere corpo, e nemmeno un cervello. Serve anche un cuore aperto, un io che prova a tenere insieme le cose. E poi c’è la grande frontiera, una parola a cui io, la cultura, dò un sacco d’importanza: il “noi”. Non riesco a immaginarmi un campo fiorito di un unico girasole.

Alla prossima!

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Settembre 6th, 2020

Debutta “Sarajevo, mon amour”, ecco com’è nato

Correva l’estate dell’anno 2018, e la mia compagnia teatrale, Farmacia Zooè, stava cercando una nuova storia da raccontare. Non una storia qualsiasi, una storia che potesse far riflettere su una semplice domanda: “chi vince, al gioco dell’odio?”

Eh già, perché in quel momento era iniziato ad andare particolarmente di moda il razzismo, e l’Italia rigurgitava fascismo come una ferita che spurga. L’arte non risponde ma sa porre le domande, e noi quella ce la volevamo fare.Io stavo scrivendo

Chi ci segue sa che raccontiamo storie vere, che si riaffacciano dopo anni, e spesso abbiamo la sensazione proprio per essere ri-raccontate.

Io stavo scrivendo “La sposa volante” (Ed. Scatole Parlanti). Se l’avete letto sapete che Agata, la protagonista, è una fotoreporter di guerra, e che c’è un capitolo dedicato alla sua esperienza durante l’assedio di Sarajevo. Sono stata tre volte a Sarajevo, ma com’è normale, per scrivere quel capitolo ho utilizzato internet per fare alcune ricerche. E lì mi sono imbattuta nella storia di Bosko Brkic e Admira Ismic, “Romeo e Giulietta dei Balcani”.

Oltre ad avermi affascinata oltre ogni limite, e commossa, questa storia ha travalicato dal mio libro a uno spettacolo teatrale che, dopo un viaggio a Sarajevo nell’ottobre del 2018, una lunga ricerca drammaturgica curata da Gianmarco Busetto (anche autore del testo) e dalla sottoscritta, con l’essenziale contributo di Marco Duse e Pietro Zotti, debutterà giovedì 10 settembre 2020 alle 22.00 presso il Chiostro degli Olivetani di Rovigo, nell’ambito del Festival Opera Prima.

Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuti e in particolare la giovane compagnia FZU35 – Flowing Streams, che ha consentito con il proprio lavoro a noi di essere attori sulla scena e registi al contempo, la danzatrice Elena Friso per il supporto alla regia dei movimenti, il Teatro del Lemming ed Estro Teatro/Fantasio Festival Internazionale di Regia Teatrale.

Qui i biglietti in prevendita: www.festivaloperaprima.it o su liveticket.it.

Qui potete acquistare “La sposa volante”: www.scatoleparlanti.it, in tutti gli store online, e ordinandolo in tutte le librerie d’Italia!

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