Dicembre 14th, 2020

Gli artisti? Leader senza voce.

Penso che quello che sia accaduto al mondo dell’arte ultimamente sia assolutamente coerente con la società resettata da cui proveniamo, e al contempo che sia giunto il momento di lavorarci su.

Sin dall’inizio della pandemia gli artisti sono stati leader sociali, punti di riferimento per intere comunità, a livello privato, s’intende. E non è un caso: essi lavorano con l’interiorità, con il sentire, con le paure, con le emozioni, in poche parole: con le persone. Sono persone che ascoltano. Sono tutti sensibili (anche se non tutti sono empatici). Sono spesso gli innovatori della società, coloro che hanno le intuizioni sul futuro, per l’abitudine di addentrarsi nel mistero della vita e della coscienza umana.

Eppure ciò che si è visto è che non hanno ufficialmente un posto. Ci penso e ci scrivo su da molti punti di vista, già da un po’.

Non entro nel merito delle azioni che colleghi più preparati e titolati stanno attuando per la categoria degli artisti per iniziare ad esistere istituzionalmente, ma condivido la mia visione delle cose, poiché quello che gli artisti stanno dicendo è che non hanno voce perché il Ministero non li ascolta e, casualmente, io da gennaio scorso sto studiando per mettere in scena uno spettacolo che si chiama “La Voce”.

“Ma che c’entra?”, direte voi, uno spettacolo che prende il via da uno studio sull’anoressia, con la crisi dell’arte e il suo mancato ascolto da parte delle istituzioni?

Lo spettacolo si intitola così perché molte persone che hanno sofferto di un Disturbo del Comportamento Alimentare riportano l’esistenza di una voce in sé, tirannica e crudele, che invita a creare le condizioni per la sofferenza fisica attraverso un comportamento alimentare compulsivo e altre abitudini dannose. Tra le infinite maglie e sfumature di quella ricerca, impossibile non osservare e non sentire nei corpi affamati, drammaticamente, violentemente e mutamente espressivi delle persone anoressiche il teatro del rifiuto e della prigionia, la manifestazione autodistruttiva della violazione di sé, della profondità e della sensibilità, di cui le persone affette da DCA sono estreme rappresentanti, della galera interiore a cui costringe una società in cui l’interiorità non ha alcun valore e deve essere dimenticata o soppressa, dell’unicità dell’essere a fronte dell’omologazione collettiva della società dell’apparire.

Le istituzioni sono l’espressione della società, e il suo mezzo per organizzarle la vita.

Di quale società sono dunque espressione? Di una società che concepisce l’arte unicamente come un bene materiale da consumare: i teatri, i musei sono considerati in quanto edifici, e depositi di opere che si possono toccare. Le realtà considerate dalle istituzioni sono tendenzialmente le più grandi, come se il tessuto culturale di cui l’Italia si fregia come di un DNA non avesse altra essenza e altra dignità. Tutto ciò che è essenziale all’arte, la ricerca, il confronto, il viaggio, le prove, la vita, non toccandosi come un mattone e non mangiandosi come un panino, semplicemente non esiste.

La società resettata da cui proveniamo era la società del muro. Che cosa rappresenta il muro?

Senza scomodare i Pink Floyd, mi è abbastanza immediato vedere nel muro il simbolo della materia.

Non ci sarebbe niente di male nella materia se fosse chiaro che non è separata dall’essere. La prima materia con cui facciamo contatto è questo nostro corpo, la materia allora contiene la vita, ci fa fare esperienza della vita. Ma noi l’abbiamo dimenticato, e da troppo tempo abbiamo separato il corpo dalla sua interiorità. Vale per il nostro corpo umano e vale per tutto ciò che ha un corpo. Ci siamo raccontati che si può conoscere il mondo, toccarlo, senza sentire. E com’è facile distruggere, quando non senti la vita dentro le cose. E noi ci siamo dati questa licenza di distruzione,  ci siamo abituati a crederci più importanti della natura, delle piante, degli animali, più importanti degli altri esseri umani.

Abbiamo tagliato gli alberi in tutte le nostre città senza ragioni chiare e condivise, siamo quelli che hanno distrutto la foresta amazzonica, “il polmone del mondo” e ci siamo ritrovati preda di un virus che colpisce i polmoni. Siamo quelli che erigevano muri e muri, “prima gli Italiani”, “prima i Veneti”, “prima i Veneziani”, “prima quei de Casteo”, insomma, “prima io!”, e vale per tutti i paesi come il nostro, fino a che ci siamo trovati dentro 4 mura da soli, e non ci è bastato ancora per capire. Se questi siamo noi, ci sorprendiamo perché l’arte, voce dell’interiorità, dell’invisibile, non ha davvero un posto in questa società, del fatto che non ha un diritto, che non ha voce?

Personalmente credo sia l’ora di agire sulle radici profonde di questa rossa voce muta, di questo corpo affamato che si rende invisibile teatralizzando la sua espulsione dal mondo, e io le individuo nello squilibrio degenerato tra valore di ciò che è materiale e valore di ciò che è interiore e invisibile. Fare ed essere stanno insieme. Forma e sostanza stanno insieme. Interiorità e corpo stanno insieme. Si incontrano all’altezza del cuore. L’una senza l’altro degenerano. Fino al reset.

Voglio una voce di petto.

 

Foto: Prima immagine dello spettacolo “La Voce” di FZU35 Flowing Streams.

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Dicembre 14th, 2020

R E S E T (Oceano e Pandemia)

Mentre attraversavo l’Oceano mi era chiara la profondità del viaggio, ma anche – come ho scritto nella prima puntata di questo diario – che alcune cose le avrei comprese molto più tardi e altre probabilmente mai.

In questi tempi di pandemia quel viaggio continua a ritornarmi alla mente, mi dice di scriverne. In particolare, poiché ora capita più di frequente di conoscere persone che hanno fatto o stanno facendo l’esperienza della quarantena, e i racconti di chi ci finisce dentro hanno qualcosa in comune con quella mia esperienza: ero, come loro, in un luogo confinato, in cui sentivo soprattutto i miei, di limiti. Mi ritrovavo di fronte alle mie tensioni, alle mie paure, alle mie svariate strategie di controllo, tutte azzerate, tutte inutili, di fronte a un oceano da attraversare.

Ci sono dei momenti in cui, che tu lo voglia o no, la vita ti infila in un processo di reset, di azzeramento: tutto da rifare. Io nel processo mi ci ero infilata da sola (se solo penso che la traversata era il mio viaggio di nozze…). E non era nemmeno la prima volta che mi ci ficcavo. Sono una piccola “esperta” di reset, di momenti che ho spavaldamente battezzato “until the end” o che altre volte, ispirandomi ai tarocchi di Marsiglia, chiamo “arcano X”: la Ruota di Fortuna, archetipicamente indicante un ciclo che va a concludersi, annunciandone un altro che, però, non è ancora aperto. E’ come un confine tra i mondi, da attrice mi verrebbe da accostarlo al fiato tra due parole: porta l’eco della parola precedente, e il misterioso afflato del futuro, ma non incarna né l’una (l’eco, il passato) né l’altro (l’afflato, il futuro). Non è la saggezza dell’arcano VIII – L’Eremita, saldo nella sua memoria, fiducioso verso il futuro, è piuttosto il reset di memoria e futuro. La fine/inizio. Il momento di interrogarsi sulla propria “fortuna”, le competenze integrate, le risorse interiori, su ciò che siamo nell’ora e adesso e sul potenziale che non possiamo sapere, ma possiamo sentire.

Principalmente è uno stare. In condizioni di scarsa visibilità, al massimo echi di luci lontane, troppo indietro per ricordare il loro nome, e di raffiche d’aria che levati. Perché il reset si fa a colpi di vento, e a kili di zavorra che si stacca e cade in mare, è una pulizia interna che accade, e tu soltanto osservi. Navighi e osservi.

Certo, le misure di sicurezza vanno prese, è la nostra parte di lavoro, per uscirne incolumi: tanto più vento c’è, tanto più devi ridurre la superficie esposta delle vele, perché non si strappino e la barca non si rovesci. Ma sostanzialmente che puoi fare?

Non devi cercare i tuoi punti di riferimento, non è la cosa da fare, perché non ci sono. Mentre navighi, ovunque tu guardi tutto esiste un istante e poi non esiste già più. Fa parte del gioco del reset.

Non c’è nulla a cui appigliarsi, fuori. Ma dentro c’è un istinto: all’equilibrio. Non si serve di calcoli, ma di piccole intuizioni successive, il cui risultato si manifesta, anche in barca, sottoforma di appigli in cui ci sta giusta la tua mano. E si fa bene ad accontentarsi, di quella perfezione momentanea.

Scorrere, ecco la cosa da fare. Come la barca sull’acqua, un’acqua che è tutto tranne che liscia, che fa sentire allo scafo, ad ogni balzo il dolore di ogni separazione, e che è al contempo un salto verso il cielo. Non puoi fermarti, non puoi tornare indietro. C’è solo una direzione, che non richiede nemmeno il tuo coraggio, basta solo che tu ci sia, e che ti lasci andare. Basta ed è necessario.

Apprendere la solitudine, anche, servirà, fino a sentire che la solitudine è come il fallimento, non esiste, oppure esiste come un’invenzione umana. E vivere, vivere con l’anima la nostra umana fragilità, che poi è il corpo, un corpo che non dura per sempre, come ogni viaggio, e come i viaggi è vero in ogni momento.

Il reset insegna l’arte di stare in un paesaggio notturno con le stelle coperte di nebbia o foschia, se va bene, accettando l’assenza di orientamento e l’azzeramento dei parametri noti, in attesa delle nuove e ancora misteriose informazioni.

L’ombra dello stare è il ristagno, ma la luce dello stare è l’essere: quando la barca attraversa notti oscure e groppi di maltempo, carichi di raffiche intense, non c’è modo di sentirsi sicuri. Ma è impossibile non sentirsi vivi.

E l’alba risorgerà.

 

Foto: l’ho fatta io dalla barca all’ultima alba del viaggio.

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Dicembre 1st, 2020

Cultura tutti i giorni/11 ragioni per amare la cultura

Questo è il mio quarto articolo sul tema della cultura. Nel primo dicevo che cos’è per me oggi “cultura”. Dico anche che cosa non è:

  • non è sapere tante cose
  • non è fare citazioni in latino
  • non è fare eventi.

 

Secondo me la cultura non basta farla, si può amarla, e vorrei dare undici ragioni per farlo:

 

  1. La cultura ti fa incontrare te stesso e t’insegna che sai poco e che quello che sai non è l’unica cosa possibile. Questo significa l’affermazione “la cultura apre la mente”. In tal senso, è la strada che dona forza, radici, contenuti e linguaggi per comunicarsi e per comunicare. La cultura è relazione.
  2. In un mondo di comunicazione di massa, fake news e qualunquismo, la cultura aiuta a costruirsi un pensiero critico, a esprimere un’opinione diversa senza paura del giudizio, a non avere paura di essere diverso dagli altri se il tuo pensiero è libero, a viverti la vita sapendo di avere sempre più di un’alternativa e a imparare a scegliere.
  3. La cultura ti sosterrà quando saprai attendere un riconoscimento autentico, che non sia frutto del compromesso, del servilismo o dell’opportunismo.
  4. La cultura ti porta a comprendere da dove vieni, le matrici di base della tua educazione, della mentalità delle persone che hai attorno, ti aiuta a ricordare chi sei, a sognare qualcosa di nuovo, a ricominciare se qualcosa è andato storto.
  5. La cultura previene il disagio giovanile, quel malessere di chi non si è ancora incontrato, che spinge a soffocare le emozioni a cui nessuno gli ha insegnato a dare un nome, a riempire le giornate di cose autodistruttive, e a cercare “iniziazioni” all’interiorità nel mondo delle dipendenze. Favorendo la conoscenza di sé e delle emozioni umane, la cultura è un efficace strumento di prevenzione e sicurezza.
  6. La cultura è il fare con dentro l’essere. E’ un approccio alla vita che migliora la vita delle persone. Fa la differenza tra ragazzi e ragazze che diventano uomini e donne soddisfatti o insoddisfatti, tra persone che hanno incontrato il proprio talento, e riescono a definire con chiarezza i propri obiettivi, e chi si radica nel disfattismo e nella rassegnazione.
  7. La cultura è vitalità. Dove l’attenzione alla cultura è quella per le cose amate, l’offerta culturale consente ai cittadini di tutte le età di uscire dalle abitudini e sperimentare cose nuove, scegliendo tra varie alternative, trascorrendo le serate in una città viva che offre tante opportunità di incontrarsi e di condividere uno spirito di comunità.
  8. La cultura è un lavoro. Dove l’attenzione all’arte e alla cultura è quella per le cose amate, gli artisti non sono costretti a fare altri lavori o a emigrare in città d’Europa più accoglienti e visionarie. La cultura riempie le città di persone e i giovani di stimoli e dà lavoro.
  9. La cultura è la chiave dell’innovazione nel business. E’ lo spirito che incontra la materia, e nonostante le tradizioni, vanno d’accordo. Nelle imprese consapevoli della loro cultura intrinseca c’è, più frequentemente, un comportamento etico e più rispetto negli ambienti di lavoro.
  10. La cultura è leva di un turismo quieto, non invadente, che stimola i commercianti a sviluppare un’offerta più raffinata.
  11. La cultura ti trasformerà un giorno in un genitore consapevole (mente aperta, pensiero critico, allergico ai servilismi, educato alle emozioni, soddisfatto, vitale…) che si sarà educato a guardare i figli negli occhi senza timore di essere guardato.

 

Nell’immagine di Davide Gasparetti il “mantra” su cui si è fondata Farmacia Zooè, la mia compagnia teatrale.

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