Ottobre 15th, 2020

Come i marinai di tutti i tempi

Ottava alba in Atlantico. Ieri sera Aldo, il capitano del Bright, la barca a vela su cui stiamo traversando dalle Canarie alla Martinica, mi ha promesso che avrebbe pensato al piano B. Perché da oltre una settimana non mi riprendo e in barca non c’è più nulla che io non abbia ingerito o ricevuto per endovena per cercare di stare in piedi.

E dopo quella promessa, mi sono addormentata sotto la pioggia e ho avuto una visione, a metà tra sogno e allucinazione. Ho visto il Bright entrare nel porto di un’isola dal nome di “Santa Capra”: ci eravamo entrati perché io potessi scendere, prendere l’aereo e ritornare a casa, la qual cosa, però, cioè il mio sbarco, non avveniva mai.

Aldo è una persona di parola, così dopo colazione mi raggiunge. Accanto a me c’è anche Giovanni. Ho la forza e l’energia di una persona che ha sperimentato il delirio della febbre, sono completamente priva di forze, non riesco a esprimermi, ma la mia mente è ritornata lucida, pronta ad ascoltare la soluzione che mi salverà.

Il capitano mi si avvicina, e con dolce fermezza mi dice:

“Da qui, la terra più vicina è a tre giorni di navigazione controvento”.

E se in mare un discorso inizia così…

Segue la precisa analisi delle opzioni a cui ha pensato, del famoso piano B, e di tutte le ragioni che ne impediscono l’applicazione.

Una dopo l’altra sfumano tutte le mie speranze di scendere da quella barca prima di tre giorni, ma io lo sento: se le cose continuano così, io tre giorni non li ho. Che fare? Ed è lì che mi giunge, inaspettata, non come un ordine, non come un consiglio, ma come la più semplice delle verità, la proposta di Aldo:

“Farai come i marinai di tutti i tempi, reagirai al mare.”

Niente racconta la vita come il mare, ma mentre questo lo avrei ben realizzato solo all’arrivo, lui lo sapeva molto bene. Mi stava invitando ad attraversare l’Oceano mentre attraversavo l’Oceano, a non fare nient’altro che questo. Mi stava dicendo “farai come gli esseri umani fanno dalla notte dei tempi, vivono”.

Già, ma come si fa a reagire al mare?

Come si fa a vivere? Mi viene in mente una compagna di scuola, che aveva la mania di scrivere sul suo diario “si vive”, accostandolo a un segno grafico particolare, sempre lo stesso che, ora che ci penso, aveva qualcosa dell’onda, del fiume, del mare.

Attraversare il mare della vita è accettarne i flutti senza lasciarsi sopraffare, alzandosi in piedi, piegando le gambe, ammortizzando le cadute, attraversando le tempeste, godendosi i momenti di bonaccia, il vento a favore, riposando il necessario, guardano le stelle per orientarsi, l’orizzonte, i tramonti infiniti. Semplicemente, vivere.

[to be continued]

Foto: il tatuaggio di Aldo Revello nello scatto di Daniel Buffet

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Ottobre 6th, 2020

Cultura tutti i giorni/Altezzosità o distacco

Uno dei limiti del cosiddetto “mondo della cultura” è stata, in passato ed è ancora nel presente, una certa altezzosità, che mi è sempre risuonata come la forma deviata di una qualità importante: la capacità di distacco.

Dentro l’altezzosità salvo il distacco, quello sguardo capace di testimoniare senza giudicare che, per me, è tra le qualità essenziali degli artisti.

Si tratta di una linea sottile, quella che separa distacco e altezzosità, ma di un confine decisivo, come appunto quello tra testimonianza e giudizio.

Confondere ciò che vediamo con ciò che sentiamo è un errore comune, indotto da frustrazioni, competizione, svariati tipi di emozioni che si mescolano producendo, il più delle volte, un sentimento di arroganza: credo di sapere, credo di conoscere, e di conoscerti ma, per la verità, non so nulla di te.

Per quanto mi riguarda, la verità si costruisce collettivamente, e sulla base della condivisione di esperienze, non su pregiudizi e preconcetti. Sono convinta del fatto che anche nei conservatori, che strategicamente amano restare nel giudizio, rimanga intatta la possibilità di sperimentare un nuovo tipo di contatto con la realtà, scoprendo che nessun innovatore teme di non piacere ai conservatori.

Quando, durante la pandemia e appena dopo i primi provvedimenti di lockdown fu evidente che arte e cultura non erano stati considerati “settori” da salvaguardare, non per malafede, ma per la loro invisibilità agli occhi non solo del Governo, ma proprio della gente, mi risuonò per l’ennesima volta nella mente il paradosso della nostra Italia, il “Paese dell’arte e della cultura”, dove la cultura non è considerata e gli artisti mediamente sono poveri e talvolta si comportano come un branco di cani affamati sulle briciole di una pagnotta, assecondando le logiche di un potere che nel fondo disprezzano, per paura di restare esclusi dall’assegnazione di piccoli apparenti privilegi.

Non mi domandai perché noi artisti e operatori del mondo culturale fummo “i grandi esclusi”, iniziai piuttosto a chiedermi quale fosse la nostra parte di responsabilità in questo, m’interrogai sul perché ciò che noi “esseri sensibili” sentiamo “fondamentale” per il genere umano e la società, per il genere umano e la società sembri inutile o superfluo. Restando astratti, nel mondo del solo spirito, dico, le ragioni potrebbero essere e sono oggetto della saggistica dei grandi pensatori, ma entrando nel concreto delle nostre piccole vite quotidiane, mi risposi così:

giudicare il pubblico

giudicare l’arte

giudicare gli altri artisti, spesso senza mai aver incontrato né loro né la loro arte (pre-giudicando)

competere contro gli altri artisti

invidiare

fare della sindrome dell’escluso una bandiera

giudicare il denaro

giudicare il rapporto tra qualità del sentire e materializzazione del valore

ignorare le leggi universali che regolano la relazione tra invisibile e visibile

sentirsi vittime

una falsa apertura agli altri

una falsa tolleranza

confondere la cultura con il mero studio

confondere la cultura con la mera esperienza

confondere il successo con la fama

confondere il successo con il denaro

giudicare il successo degli altri.

Negli ultimi 27 anni ho fondato la mia ricerca artistica su azioni nella vita, e non solo sui libri, su viaggi ed esperienze – anche estremi, incontri illuminanti, e soprattutto sulla disponibilità a mettermi in gioco per crescere e rimediare alle falle delle mie insane abitudini interiori, e dal 2017 mi sono dedicata al tema che ho intitolato “dell’unità di corpo e anima”, ricerca tradotta in progetti tangibili, creati in forma indipendente mediante lavoro rigoroso, e messi successivamente a servizio della comunità. Non solo perché credo che l’evidente conflitto vissuto dal mondo dell’arte, specialmente in Italia, sia un retaggio antico che impedisca l’evoluzione della società, che ha bisogno di essere nutrita proprio dalla relazione tra l’alto pensiero e la quotidianità, ma anche perché un giorno ho promesso a mio padre che avrei cercato un modo di comunicare con mio fratello: pare che non vi siano sulla faccia della terra persone più distanti e diverse di noi due.  E’ geniale, la vita, a metterti fratello o sorella di qualcuno che non capisci: sperimenti la violenza distruttiva e autodistruttiva del giudizio e diventa la tua scuola di tolleranza e di comprensione, anno dopo anno. Che poi la soluzione, sulla carta, è dietro l’angolo, e nel mio caso è la voce di un padre ad avermela offerta. Un giorno, durante un grande litigio tra me e mio fratello, ci interruppe bruscamente con le lacrime agli occhi e disse: “parlate da ore e non avete ancora detto una cosa bella l’una dell’altro”.

Ecco, è il tempo di incarnare lo sguardo capace di vedere la bellezza dell’altro.

 

Foto di Lisa Bifulco per il mio workshop “undressed” al PAC – Padiglione Arte Contemporanea di Firenze

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