Settembre 14th, 2020

Cultura tutti i giorni/In viaggio con i Candidati a Sindaco della/delle mia/mie città

Gentile Candidato,

spingiamoci avanti di dieci, quindici, anche vent’anni. Mettiamo che LA SUA VISIONE delle città di Mestre e di Venezia, i principi su cui ha scelto di basarne l’amministrazione e i suoi valori abbiano attecchito e siano addirittura stati incarnati dall’intera popolazione. Facciamo questo sforzo di immaginazione. Bene. Ora insieme:

1. Voliamo un mattino di fine estate con un elicottero sopra le due città: che forma hanno assunto? L’architettura come si è sviluppata, in altezza? Quanto verde c’è? Ci sono aree protette? Zone artigianali? Nuovi edifici? Se si, quali? Fabbriche, teatri, musei, scuole, uffici, centri commerciali… Sono collegate le due città? Come?

2. Chi si prende cura degli edifici, dei beni e dei valori che osservavamo dall’alto? Chi concorre alla loro vitalità? Grandi nomi? Investitori stranieri? Il tessuto culturale, sociale, produttivo urbano? Un mix di tutto o prepondera una categoria?

3. Ora scendiamo a terra e facciamoci un giro nelle due città. Ci dica, che città stiamo attraversando? Per cortesia, sia preciso. Quanta gente incontriamo? Che tipo di persone le abitano? Che lavori fanno, la maggior parte delle persone? Come sta muovendosi la gente (a piedi, in barca, in bici, in auto, con i soliti mezzi, con nuovi tipi di mezzi…)? Che tipo di attività commerciali riscuotono la nostra attenzione? Dove andiamo a mangiare, che alternative offre la città? Ci sono tanti giovani o pochi? Se sono tanti, come mai vivono qui? Le persone le sembrano serene? Hanno cani con sé? E ci sono luoghi dove possono portarli? Che sport stanno praticando i ragazzi al parco? Ci sono parchi? Si respira? C’è ombra? Che alberi ci sono? Sì, sì, ha capito bene, le chiedo proprio che alberi avevate scelto di piantare o di preservare.

4. Oggi c’è un evento che ha attirato molta gente in ciascuna delle due città. Può essere lo stesso o diverso, scelga lei, purché sia un evento che davvero esprima la vocazione riscoperta dalle città e lo spirito di comunità radicatosi grazie anche all’impegno con cui lei aveva promosso la sua visione negli anni. Che evento è? Di che gruppi di persone stiamo parlando?

5. Ora è sera. Le città sono affollate o deserte? Ci sono locali aperti? I teatri sono aperti? Quante sere a settimana? Le ragazze vanno in giro da sole? C’è molta polizia in giro? C’è ancora un carro armato a piazzale Roma? Ce ne sono altri? E a Mestre?

6. In tutta la giornata abbiamo visto soltanto una manifestazione di protesta (anche nei migliori sogni non si è mai tutti perfettamente d’accordo): chi l’ha promossa e perché? Cosa manca ancora, a queste due meravigliose città?

(P.S. I cittadini possono liberamente aggiungere visione alla visione, domande alle domande).

Ringrazio i Candidati che vorranno mettersi in ascolto.

 

Carola Minincleri Colussi

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Settembre 8th, 2020

Cultura tutti i giorni/Perché mi chiamo cultura

Mi riprometto di dedicare tutto l’anno a venire a una messa a terra del concetto di cultura.

Vorrei davvero provare a rendere semplice e interessante quest’idea apparentemente astratta e lontana dalle persone, così che possa incarnarsi, cioè prendere luogo nella carne, nel corpo, un po’ di più. Vorrei trattare la cultura come un essere vivente, come qualcuno che viene al mondo. Inizio oggi.

Quando veniamo al mondo ci danno un nome. Il mio è “Cultura”.

E’ un nome tradizionale, tipo Francesco o Giulia in Italia, Marie o Jacques in Francia, John o Brenda negli Stati Uniti. 

Deriva dal latino “cultura” (sì, uguale), una parola che viene da un’altra parola, “cultus”, che significa “coltivato”.

Ma come il grano, come i pomodori, come la soia?

Sì, esatto! “Con un’assiduità pari a quella dell’agricoltore”, dice etimo.it, il sito dove puoi scoprire l’origine delle parole. L’agricoltore in effetti va nei campi ogni giorno, perché solo con dedizione quotidiana riesce a far sì che le piante fioriscano e fruttifichino.

E cosa c’entra?

C’entra. Metti che le piante siano gli esseri umani: per favorire la loro fioritura, cioè la scoperta e valorizzazione del loro talento, perché si sentano soddisfatti, felici e amati, magari pure “belli”, e fruttifichino, cioè riescano a fare anche qualcosa per gli altri, e non solo per se stessi, che sia una piccola azione quotidiana o una grande scoperta che cambia la storia e la società, occorre “coltivarli” con “assiduità”.

Ma coltivarli come? Già i greci fondavano il modello educativo della “paidèia” (da paîs, paidós = “ragazzo”) sull’obiettivo di “rendere i fanciulli esseri umani civilizzati”, ovvero certamente “istruiti”, ma non solo: in grado di crescere spiritualmente, cioè di relazionarsi alla propria interiorità e con le grandi domande di noi esseri umani, e dotati di un’etica che sia faro dei loro comportamenti e nelle loro relazioni. Per i greci e per i romani, è l’insieme di questi aspetti a guidare l’inserimento armonico di un giovane nella società, a farne un “cittadino”.

Ecco, dunque, il mio nome, che per molti suona oscuro o mette soggezione, ha in realtà a che vedere con la stessa umiltà con cui il contadino si prende cura della sua terra e delle sue piante, perché per crescere non basta nascere, bisogna continuare. Una cura fatta di più elementi, di più strati: per essere umani non basta avere corpo, e nemmeno un cervello. Serve anche un cuore aperto, un io che prova a tenere insieme le cose. E poi c’è la grande frontiera, una parola a cui io, la cultura, dò un sacco d’importanza: il “noi”. Non riesco a immaginarmi un campo fiorito di un unico girasole.

Alla prossima!

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Settembre 6th, 2020

Debutta “Sarajevo, mon amour”, ecco com’è nato

Correva l’estate dell’anno 2018, e la mia compagnia teatrale, Farmacia Zooè, stava cercando una nuova storia da raccontare. Non una storia qualsiasi, una storia che potesse far riflettere su una semplice domanda: “chi vince, al gioco dell’odio?”

Eh già, perché in quel momento era iniziato ad andare particolarmente di moda il razzismo, e l’Italia rigurgitava fascismo come una ferita che spurga. L’arte non risponde ma sa porre le domande, e noi quella ce la volevamo fare.Io stavo scrivendo

Chi ci segue sa che raccontiamo storie vere, che si riaffacciano dopo anni, e spesso abbiamo la sensazione proprio per essere ri-raccontate.

Io stavo scrivendo “La sposa volante” (Ed. Scatole Parlanti). Se l’avete letto sapete che Agata, la protagonista, è una fotoreporter di guerra, e che c’è un capitolo dedicato alla sua esperienza durante l’assedio di Sarajevo. Sono stata tre volte a Sarajevo, ma com’è normale, per scrivere quel capitolo ho utilizzato internet per fare alcune ricerche. E lì mi sono imbattuta nella storia di Bosko Brkic e Admira Ismic, “Romeo e Giulietta dei Balcani”.

Oltre ad avermi affascinata oltre ogni limite, e commossa, questa storia ha travalicato dal mio libro a uno spettacolo teatrale che, dopo un viaggio a Sarajevo nell’ottobre del 2018, una lunga ricerca drammaturgica curata da Gianmarco Busetto (anche autore del testo) e dalla sottoscritta, con l’essenziale contributo di Marco Duse e Pietro Zotti, debutterà giovedì 10 settembre 2020 alle 22.00 presso il Chiostro degli Olivetani di Rovigo, nell’ambito del Festival Opera Prima.

Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuti e in particolare la giovane compagnia FZU35 – Flowing Streams, che ha consentito con il proprio lavoro a noi di essere attori sulla scena e registi al contempo, la danzatrice Elena Friso per il supporto alla regia dei movimenti, il Teatro del Lemming ed Estro Teatro/Fantasio Festival Internazionale di Regia Teatrale.

Qui i biglietti in prevendita: www.festivaloperaprima.it o su liveticket.it.

Qui potete acquistare “La sposa volante”: www.scatoleparlanti.it, in tutti gli store online, e ordinandolo in tutte le librerie d’Italia!

#farmaciazooè #sarajevomonamour #debutto #festivaloperaprima

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Settembre 6th, 2020

Evviva gli sposi, evviva le spose!

Ieri ho celebrato per la prima volta un matrimonio.

E’ stato un dono che ho ricevuto, perché per me, insieme alla pubblicazione del mio primo romanzo, “La sposa volante” (ed. Scatole Parlanti) è stato uno di quei tasselli che ti aiuta a concretizzare la chiusura di un ciclo.

Ieri ero la celebrante, ma c’è stato un tempo in cui chiunque dei miei conoscenti si sposasse, evitava accuratamente d’invitarmi al matrimonio; persino quelli che reputavo i miei migliori amici (sposati più o meno tutti nello stesso periodo) lo avevano fatto.

Accadeva con un sacco di scuse, più o meno palesate, ma in sostanza sarei stata una presenza scomoda, imbarazzante, da giustificare, perché l’avevo combinata grossa: a un mese dalle mie nozze avevo cambiato idea, e non m’ero sposata. Ciò che sentivo, allora, però, era che nemmeno quella, lo scandalo della mia rinuncia, fosse la vera ragione. Ciò che sentivo è che, appena in tempo, avevo avuto il coraggio di dirmi la verità, che era, appunto, “non voglio sposarmi”.

La reazione sociale alla mia decisione mi fece convincere che, forse, non ero proprio l’unica della mia generazione. Solo che gli altri andavano fino in fondo (salvo poi, spessissimo, riconfrontarsi con la loro verità qualche anno più tardi).

Questo evento è stato d’ispirazione per un momento della vita della sicula protagonista de “La sposa volante”, Agata, che vira anche lei da una scelta non consapevole ad una più consapevole, e che sperimenta come “quannu la furtuna vota ogni amicu si fa la ritirata”. E aggiunge: “ero rimasta isolata come un malato contagioso, dagli amici e dalle occasioni di lavoro. La verità dà scandalo.”

La parola “scandalo”, che etimologicamente significa “trappola, inciampo, impedimento”, riporta alla radice indoeuropea SKAND-, che ritroviamo nella lingua latina a formare parole che hanno a che vedere con le azioni di “salire”, “discendere” e “cadere”. Io ero caduta, in effetti, e dico sempre che è stata, di tutte, la miglior caduta della mia vita, forte abbastanza da risvegliarmi a me stessa, da riportare in superficie il valore della mia profondità, che era salita da sotto inesorabilmente, rivelatrice, poiché aggrappandomi, mentre ruzzolavo, al mondo che conoscevo, gli strappavo via veli e maschere. E mi ritrovavo da sola, in una società che si faceva, per me, troppo poche domande, e si esprimeva, e spesso anche oggi si esprime, al contrario, occultando le proprie tensioni e i propri rifiuti sotto il giudizio e la condanna del comportamento altrui, soprattutto se rivendica libertà, la libertà della propria verità che è troppo, troppo forte, per soffocare.

Con le parole di Agata, “è un virus, la verità. Quando lo contrai ti accende una febbre che non passa più, un fuoco che si scorge anche nella notte più scura. E anzi, più scura è la notte, e più cominci a brillare, come uno schermo retroilluminato, meglio, come il faro di Strombolicchio, che non si può spegnere proprio mai, pena la morte di chi per mare ci va pure se è notte.”

 

Ho scritto questo post per ringraziare Elena e Alessandro di avermi scelta per accompagnare le loro promesse di verità, dietro una fascia tricolore che non avevo mai indossato prima.

 

“La sposa volante” si può acquistare sul sito www.scatoleparlanti.it, in tutti gli store online più utilizzati, e si può ordinare in tutte le librerie d’Italia. Aspetto i vostri commenti al libro!

Buona coda d’estate.

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