Agosto 31st, 2020

Corpo, amico mio.

“Amare sé stessi è l’inizio di un idillio che dura una vita.”
(Oscar Wilde)

Ci ho messo tanti anni a ridiventare amica del mio corpo. È stato un riavvicinamento graduale, costante, fino a che lui e io ci siamo sentiti pronti per ritornare uniti, e mostrarci di nuovo al mondo, pronti a essere così come siamo, ad amarci per quello che siamo.

Oggi, entrando al bar dove amiamo far colazione, indossando un vestito sopra il ginocchio – che non osavo farlo da un decennio, ho visto uomini e donne guardarmi, un po’ tutti insieme. Mi accadeva sempre in gioventù, ero una bella ragazza, e non mi accadeva da tantissimo tempo: ricordo che all’epoca pensavo immediatamente a che cosa avessi che non andava. Oggi ho sorriso sentendo che il mio aspetto semplicemente rifletteva la mia interiorità di quel momento.

Il corpo parla. Sempre. E sa essere soltanto onesto. Il corpo manifesta l’anima. È il teatro delle nostre emozioni, direzioni, è la nostra storia.

Questa consapevolezza, oltre che della mia vita nel teatro, è il frutto di molte esperienze, tra cui la ricerca ‘The 2 performers’ che ho curato negli ultimi anni, dove “i due performer” sono corpo e anima alla ricerca di unità, e lo spettacolo ‘La Voce’, a cui stiamo lavorando da gennaio, che fa parte di un progetto di prevenzione dei Disturbi Alimentari, che ripercorre le tappe di una separazione e riunione tra mente, cuore e corpo, e con cui speriamo di debuttare entro fine anno.

Io non ho mai sofferto di Disturbi Alimentari, ma ho potuto lavorarci assiduamente durante questo incredibile 2020, e ho compreso quanto il tema del cibo e del nutrimento sia profondamente collegato con tutto il nostro essere e tutta la nostra intimità.

Non sono un’esperta di alimentazione, ma una donna che ha voluto, fortemente voluto, ascoltarsi. E la Vita mi ha aiutata, orientandomi in questo percorso. Le sono grata di mettere sulla mia strada alleati, amici, ispiratrici e ispiratori, con gesti eclatanti o con piccole azioni invisibili, e le sono grata di concedermi la lucidità di integrare (una parte de)i suoi insegnamenti.

Mi sento come la terra arata e pronta alla semina. Ciò che era sotto respira in superficie e ciò che era superficie conosce il profondo.

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Agosto 21st, 2020

Laguna, galassia, fiume, oceano e terra. Lettera al padre

Come sai, padre, tra Sant’Erasmo e Burano ci sono piccoli canali quieti che, poco dopo il tramonto, con la luce del crepuscolo che perdura, si colorano di un lilla un po’ aranciato che, quando passa una barca a motore, oleoso scivola nel nero delle zone d’ombra dell’onda, fino a lambire con questo colore doppio e così sincero le violacee eriche della barena in fiore.

Sin da bambina, in quei piccoli flutti calmi ci vedo irrimediabilmente le pieghe di una lunga gonna. Dimentico la barca che le ha generate e, tornato il silenzio, credo improvvisamente alla donna che l’indossa, stesa appena sotto la superficie dell’acqua, e alle gambe che le dondolano gentili da un lato e dall’altro.

E’ una visione che calma questo mio sentire, che diventare desidera, oggi, non meno radicale, ma forse meno furioso, meno imbizzarrito, più simile a quel dolce danzare orizzontale. Sono giorni che ci penso, a come fare, dal momento in cui vidi quella giovane donna morire, e dovetti accettare di volare nell’abisso che siamo con la stessa fiducia con cui m’immergo nel cielo dei miei aneliti.

Ho solo una risposta: ho bisogno di te, padre, transizione è una parola plurale, che dico, collettiva in realtà. Ogni società, come ogni famiglia, così sento, è una galassia dove tutto è in costante movimento. E nulla può muovere che tutto non cambi di posto. La scoperta di nuovi pianeti rimisura le distanze tra le stelle, ne arricchisce lo sguardo, cambia il punto di vista, e non ne cancella alcuna. Prendimi la mano e danziamo la rotazione, la rivoluzione, sotto questo spicchio di luna nuova e già avveduta.

Come il sole di questo momento, da cui mi riparo nel grande abbraccio di una quercia, la fede nel mistero della Vita adombra e illumina pezzi di pelle del mio corpo, la lascio fare, così che io possa conoscere tutta la mia bellezza, non solo quella che credevo possibile, e così che il mio corpo incontri senza tema la calorosa musica della luce così come la piena, fresca, placida e silente attesa dell’ombra.

Che tu, padre, possa sempre sentire senza che nulla di questa nostra natura materna debba gridare la sua esistenza.

Che tu possa amare il presente più del passato che va e del futuro che verrà, per accogliere i doni di ogni stagione. Come il fiume che, nelle dolci parole di Gibran, non può tornare indietro alla fonte, e non teme di perdersi nell’oceano, perché diventerà l’oceano.

(Forse è l’oceano, la fonte?)

Che tu possa rispettare la vita in te e attorno a te, e apprendere un nuovo, ulteriore, possibile modo di stare, di essere, di amare.

Che ogni uomo e ogni padre possa apprendere a ricevere la conoscenza senza giudicare, e ad attenuare la voce per creare con la madre un canto per la terra.

 

C’è qualcosa d’immenso, sublime, in ogni attimo, che sia drammatico o poetico, colpevole o nobile, spaventoso o confortante: forse una coscienza che la Vita non è perfetta, ma che, come mi dicono le sagge, la Vita è.

Con amore,

 

Carola

 

(Foto di Sofia Fernandez Stenstrom per “Magnifico 2018_L’uomo senza volto”)

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