Giugno 3rd, 2020

L’Oceano. Prima è la crisi del corpo

Prima è la crisi del corpo.

Gli occhi che si chiudono e non riesci a tenerli aperti, per quanto ti sforzi. Un senso di nausea irrefrenabile. Non riuscire a trattenere nemmeno un sorso d’acqua. Per uno, due, tre giorni. Fino al terzo giorno non si preoccupa più o meno nessuno. “Perché il corpo si abituerà al mare, prima o poi”.

Ma no, niente. Non funziona il plasil, non funziona il canarino, non funziona il digiuno. Le gambe che cedono al punto che poi non ti muovi più, tutto il tempo nel “tuo” posto, in pozzo a poppa. Quarto giorno.

Sbandamenti notturni. La barca lanciata nel buio e nel nulla, io che non voglio entrare per nessun motivo in dinette, non posso, il mio corpo è sfinito ma trova la forza del rifiuto, nessuno può farmi cambiare idea: “dormirò ogni notte sotto le stelle, con ogni condizione meteo, con qualsiasi temperatura”, sento che è una promessa del corpo, la mia mente non ha potere su di lui. Esistono solo lui, il mio corpo, e l’oceano. E la barca che mi trasporta. Un gancio di acciaio è la nostra relazione. Quinto giorno.

I suoni distorti. Provare a fare nessun movimento. Sperimentare che tutto è movimento, soprattutto se stai solcando un oceano. Ogni volta che qualcuno accende una sigaretta, ogni volta che, come un essere incapace di pensare, la getta in mare dopo l’ultimo tiro, mi sento sempre peggio. Vomitare è la mia unica forma di protesta. Nessun’altra possibilità di oppormi. Rari momenti di neutralità, rarissimi di lucidità. Sesto, settimo giorno. Forse non è mal di mare.

Nella memoria echeggia chiara la voce del capitano. Dice che non ha mai visto una cosa così, in decenni di navigazione. “Ti prometto che questa notte penso a un piano B”.

Alle soglie dell’ottava alba, dentro di me un pieno e un vuoto.

 

 

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