Febbraio 12th, 2020

Metamorfosi dall’assenza selezionata per la rassegna RITUEL/SACRO di Recherche

“Metamorfosi dall’assenza – Concerto per parole”, reading performativo dell’omonima silloge poetica di Carola Minincleri Colussi con le musiche originali di Brixhilda Shqalsi e la regia di Gianmarco Busetto, prodotto da Farmacia Zooè, è l’unico spettacolo di parola selezionato per la rassegna “Rituel”, stagione di Teatro Sperimentale dedicata agli artisti e alle compagnie che fondano la propria ricerca sulla tematica del Rito, curata da Vittoria Faro presso Spazio Recherche, nel cuore del Parco dell’Acquedotto Alessandrino a Torpignattara, Roma.

L’opera mette in scena in scena le tappe di elaborazione del sentimento di solitudine vissuto durante un periodo di emarginazione sociale conseguito a un atto di ribellione alle convenzioni. Tappe che segnano per l’autrice una metamorfosi dal lutto dell’isolamento come metafora di un senso di mancanza, di “mancare di qualcosa” – che riporta a una memoria femminile di vuoto e di abbandono – a una ricercà di presenza come donna contemporanea, come esperienza femminile nuova e sacra.

La produzione sarà in scena a Spazio Recherche sabato 2 e domenica 3 maggio 2020 alle ore 21.00.

 

Per informazioni e prenotazioni: spaziorecherche@gmail.com

Photo credit: Gianluca De Toni, Art direction: Marina Renzi

Siti: farmaciazooe.com – carolamininclericolussi.it – spaziorecherche.com

Facebook
Febbraio 12th, 2020

La Voce. Una ricerca sull’anoressia

Prima che raggiungere l’infinito, dovremmo farci raggiungere dall’infinito.

Alessandro D’Avenia

 

La Voce è una ricerca finalizzata alla produzione di uno spettacolo di teatro, danza e musica liberamente ispirato a “Oltre: scoprirsi fragili. Confessioni sul (mio) disturbo alimentare” di Sandra Zodiaco. A fronte degli oltre tremila morti all’anno causati dai DCA – Disturbi del Comportamente Alimentare nel nostro paese, lo spettacolo intende proporsi come strumento antiretorico di prevenzione e sensibilizzazione su questi disturbi e in particolare sull’anoressia, unitamente alla presentazione del libro e al dialogo con gli esperti.

Una voce è un dato personale unico, attraverso cui siamo riconoscibili.

Molte persone che hanno attraversato uno dei DCA (anoressia, bulimia, b.e.d., etc.) parlano di una voce interiore dispotica e crudele, vendicativa, famelica, che ordina come comportarsi, e in genere guida verso comportamenti masochistici. Una voce che non è vera, non è autentica, e si capisce perché nel tempo non cambia, non è viva: è frutto della malattia. Ma com’era quella voce, prima di distorcersi? Quali bisogni e desideri non ascoltiamo, dentro e fuori di noi, così a lungo che sono in grado di trasformarsi in noi un potere violento e autodistruttivo?

Nucleo primario di senso su cui desideriamo lavorare è la riscoperta della potenza della vita, del fuoco della passione sopita dai condizionamenti. L’obiettivo de La Voce è divenire testimonianza della bellezza che vince il nulla e ispira a a riparare, e di una vera leggerezza, e di farlo in una sorta di esperanto, una lingua muta nelle parole, fatta di musica e linguaggio del corpo performativo. Il corpo, in questo caso, è androgino, maschile, di Pietro Zotti, e femminile, di Alice Marchiori, giovanissimi attori del vivaio FZU35 – Flowing Streams.

Mi occuperò di scrittura, con la consulenza tecnica di Sandra Zodiaco, e regia, collaborando con Elena Friso per le coreografie e con Anna Novello per l’interpretazione. Le musiche saranno composte dalla cantautrice Brixhilda Shqalsi, già protagonista de “La gara”.

Il debutto del primo studio è previsto per il mese di ottobre, con il patrocinio dell’Associazione Mi nutro di vita.

 

Immagine: foto rubata durante un’improvvisazione.

Facebook
Febbraio 12th, 2020

Sarajevo, mon amour. In Italia per raccontare i Balcani. Nei Balcani per riflettere sull’Italia

Di noi dicevano “la musulmana e l’ortodosso, il serbo e la bosniaca”. Per noi eravamo solo tu e io.

 

“Sarajevo, mon amour” nasce da una ricerca sui 1.425 giorni d’assedio vissuti dalla città di Sarajevo tra il 1992 e il 1996 durante la Guerra dei Balcani.

Va in scena il teatro dell’odio per l’altro, anche fosse il vicino di casa, l’odio etnico infervorato dalla propaganda, capace di generare uno stravolgimento della scala dei valori delle persone, che fino all’inizio della guerra spesso non avevano la più pallida idea dell’etnia a cui appartenevano. Vanno in scena le conseguenze dell’accettazione sociale del dilagare dell’intolleranza verso la diversità.

È proprio per narrare di questo pericoloso gioco dell’odio, che Farmacia Zooè racconta una storia d’amore: quella tra Boško Brkic e Admira Ismic, conosciuti come “Giulietta e Romeo dei Balcani”, fidanzati di etnie e provenienze geografiche differenti, uccisi da un cecchino e morti abbracciati sul ponte di Vrbanja, mentre cercavano di fuggire insieme da Sarajevo, per poter continuare ad amarsi e a vivere la loro vita.

Sarajevo, mon amour, è una serie di storie, quella di chi racconta, quella di chi è raccontato, quelle di chi osserva e ascolta, storie che si incontrano nella memoria sanguinosa di una città dilaniata dall’odio, una città in cui due ragazzi che potrebbero essere chiunque in un futuro qualsiasi, combattono contro le granate, i cecchini, la sete, contro la storia che, in ogni conflitto, vorrebbe vittima chi non smette di amare. È il secondo spettacolo della Seconda Persona Civile che, dopo 9841/Rukeli, insiste a dare del tu allo spettatore.

Video del primo studio: https://vimeo.com/378366390/424c863f1d

Le nostre residenze 2019-2020:

Trento, Teatro di Villazzano novembre 2019 – Con il sostegno di Estro Teatro e Fantasio Festival Internazionale di Regia Teatrale

Rovigo, Teatro Studio, giugno e dicembre 2019, maggio 2020 – Con il sostegno di Teatro del Lemming

Zero Branco, Villa Guidini, febbraio 2020 – Con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Zero Branco

Bologna, Camere d’aria, marzo 2020 – Bando Intercettazioni

Il debutto è previsto a giugno 2020.

Seguite l’evoluzione dello spettacolo sul sito di Farmacia Zooè, sulla pagina instagram e su facebook!

Facebook
Febbraio 12th, 2020

La gara è finalista a Teatrofficina

Non è che lo odio, semplicemente non c’è posto per tutti e due qui dentro.

Filippa Maria

 

L’anno scorso ho lavorato un po’ di mesi su “La gara”, una ricerca dedicata al tema della competizione tra fratelli, divenuta l’omonimo monologo la cui protagonista è Filippa Maria, una bambina di nove anni, interpretata da una fantastica attrice che di anni ne ha ventidue, Brixhilda Shqalsi.

Sabato 13 marzo si potrà vedere a Settimo Milanese, alle ore 21.00, a casa di Semeion Teatro, in finale al concorso nazionale “Teatrofficina 2020”.

Per informazioni: info@semeionteatro.it.

Facebook
Febbraio 12th, 2020

Pane e anima. Lettera aperta a Mirko Artuso

Lunedì 11 febbraio ho partecipato al primo incontro organizzato da Mirko Artuso nel suo Teatro del Pane a Lancenigo (TV) per riunire la gente del teatro “off” e parlare di necessità comuni e possibili scenari futuri. E in tanti abbiamo voluto esserci, in più di quaranta. Mi è piaciuto ascoltarli tutti, confrontarmi con loro sulle domande che hai proposto, Mirko: perché facciamo quello che facciamo? Per chi lo facciamo?

 

Hai fatto due domande importanti, Mirko, e hai trovato un modo semplice di incominciare un dialogo complesso. Ti voglio ringraziare annotando qualcosa di simile a un riassunto di impressioni ed echi.

Io faccio quello che faccio perché per me è una specie di “questione di vita o di morte” ma anche di piacere (sono da psicanalizzare?). Sento l’arte a servizio della vita, del piacere della vita, e sento che questo tipo di lavoro è quello che devo e voglio fare, e in particolare la mia ricerca incappa sempre nella stessa speranza: unire gli opposti, o presunti tali. Lo faccio per me, dunque, e soprattutto per le nuove generazioni, non voglio che credano davvero alla palla che non si può vivere d’arte, che non si possa vivere delle proprie più intense passioni, che il bello che possono contribuire a produrre non possa anche dar loro da mangiare.

Ciò detto, in molti ci hanno provato in passato, a far sedere allo stesso tavolo compagnie di artisti, ma il più delle volte non ha funzionato. Questa volta però c’era qualcosa di diverso, che ancora non ho capito cosa fosse, ma sono felice per te, Mirko e per il mondo del teatro, che ha davvero bisogno di porsi nuove domande, o le vecchie domande con una nuova intensità, quella collettiva, e una maggiore apertura.

Come ho condiviso nel gruppo di lavoro in cui sono finita, ho una teoria personale, confutabilissima, ma che mi ha spinto a osservare me stessa e altri artisti in innumerevoli contesti, ad ascoltarne il linguaggio, a testimoniare alcuni atteggiamenti che tendono ad accomunare più di qualcuno di noi. Questa teoria si spiega in un breve elenco puntato:

  • credo che noi figli del famoso “paese dell’arte e bla bla e della cultura e bla bla”, sì, quello in cui la maggior parte degli artisti si sente chiedere qual è il suo vero lavoro, quello in cui la maggior parte degli artisti in effetti non ha la sussistenza se non attraverso un secondo o un terzo lavoro, quello lì, noi – dicevo – abbiamo spesso ricevuto un imprinting fallimentare, cioè proprio un indirizzamento al fallire, da famiglie e società tecnicamente materialistiche, per cui vige una netta separazione tra ciò che si può toccare con mano e ciò che non si vede, e la tendenza a valorizzare (dare un valore, anche economico) solo a ciò che fa parte della prima categoria. In pratica, per la maggior parte di noi, anche se fuori si protesta, dentro è inconfessabilmente normale non guadagnare abbastanza;
  • credo che la nostra società abbia virato verso una nuova visione archetipica che porterà, un giorno che noi non vedremo, dal puro materialismo a qualcosa di diverso, una specie di riconoscimento dell’importanza della collaborazione, integrazione, commistione di materia e spirito, e relativa nuova qualità di soddisfazione derivante; è vero, ahimé, l’abbrivio potrebbe essere lungo secoli. Ma che cos’è un secolo nella storia dell’umanità!
  • credo che gli artisti in genere siano degli innovatori, che fiutino il cambiamento prima degli altri, e per questo sostengo che noi artisti della transizione, caro Mirko, abbiamo il diritto-dovere di incominciare a riavvicinare queste due visioni del mondo, ricordando alle future generazioni di artisti che, nelle definizioni rispettivamente di Roberta Ziosi e Claudia Fabris, incantevoli, il teatro è la casa (materia) dello spirituale (interiorità, creatività, Invisibile, chiamalo come ti pare), o il teatro è l’unico luogo serio che c’è. Io non so se è l’unico luogo serio, ma è un luogo serio, dove nel riso o nel pianto, nel corpo, ciò che c’è racconta, rendendo possibile alla società vedersi e comprendersi un po’ di più e, soprattutto, aiutando le persone a stare insieme. Siamo niente se non comunichiamo.

“Eppure la società intesa come maggioranza non ci percepisce come una necessità”, diceva ieri qualcuno.

Perché la società non ci percepisce come una necessità? Ma proprio a noi, che ce la mettiamo sempre tutta e se c’è una cosa che abbiamo in comune è che passiamo la vita a entrare in relazione con gli altri, con le comunità? Non lo trovi anche tu paradossale, Mirko?

Credo che il nostro lavoro, in futuro, sia cercare di condividere con gli altri il perché sentiamo che ciò che nutre lo spirito ha valore almeno quanto il pane che nutre lo stomaco, umilmente ricostruendo – come hai detto anche tu – un legame sincero e più semplice tra noi e con il pubblico.

E, a tal proposito, ora mi tocca chiudere con questa lettera per addetti ai lavori, sennò incominciamo male.

Sai cosa ci auguro, Mirko? Ci auguro di uscire dai cliché che ci vogliono soltanto egotici, competitivi, ribelli come adolescenti eppure dipendenti come infanti, e di sentirci adulti. Ecco, Mirko, ti faccio io una domanda: che adulti vogliamo essere?

Credo che tu e io la pensiamo allo stesso modo, su questo punto: qualsiasi sia la strada, dobbiamo imparare a stare un po’ più insieme, almeno un po’, e a stabilire gli obiettivi di questo stare insieme, per ridare dignità e valore alla professione d’artista. E poi, sì, penso sia arrivato il momento di integrare, non necessariamente in sé, ma nella propria compagnia o nella propria rete, competenze molto specifiche inerenti le relazioni istituzionali, la ricerca dei fondi, la gestione degli investimenti, la misurazione dei risultati (HAI DETTO NUMERI?!?!?!?!), e imparare a comunicare il valore di ciò che facciamo al di fuori della comunità teatrale, come ricordava Lisa Moras citando la Teoria del Cambiamento.

Ora chiudo, giuro.

Ieri senza preavviso, e all’improvviso, ho incrociato uno sguardo: è stato così attrattivo che ci sono cascata dentro, e ho sentito qualcosa. Era Giuliana Musso, ma me ne sono resa conto parecchio tempo dopo. Lì per lì semplicemente ero. Agganciata a due occhi che non stavano facendo nulla, semplicemente c’erano davvero. La sua presenza e la mia si sono dette qualcosa, nel silenzio, nell’invisibile, anche se non avevamo nome l’una per l’altra. Sarà durato pochi istanti, nel tempo lineare, ma nello spazio interiore che mi si è aperto il tempo non c’era. Ecco, penso che quest’abitudine a stare, a vivere istanti di presenza, sia una competenza che deve tornare, o forse incominciare, a essere percepita davvero come una necessità primaria. Perché la vita – quella fuori dal teatro – non resti incastrata nell’indifferenza, come mi ha detto qualcuno.

Grazie ancora.

Carola

 

Nell’immagine: una banconota timbrata al Teatro del Pane dalla performer Claudia Fabris per diffondere poesia (“I soldi sono la cosa che circola più velocemente dopo le idee”, cit.)

 

Facebook