Maggio 21st, 2019

L’Oceano. Scendere in cielo

Ho una foto delle Alpi scattata dall’aereo. Non è molto diverso volare a settemila metri d’altitudine in una scatoletta che attraversare l’Oceano Atlantico in una barca di quindici metri. Se all’andata è solo un pensiero, al ritorno da una traversata oceanica diviene molto più che un ricordo: è un’informazione, una consapevolezza integrata nelle cellule che ti riporta alla solitudine di fronte all’infinito.

Ricordo perfettamente di una notte, nella seconda metà del viaggio – che quando mi chiedono di raccontare dico essere stato di venti giorni e venti notti, per uscire dall’idea della giornata di otto-dieci ore di lavoro a cui le abitudini mentali ci portano. Finalmente stavo bene, dopo dieci giorni di grave difficoltà fisica, di cui racconterò. Ero distesa nel pozzetto di poppa con il mio compagno “di guardia”, e alternavamo l’osservazione del mare davanti e intorno a lunghi silenzi guardando il cielo.

E’ ipnotico il cielo sopra l’Oceano, sembra immobile, e anche noi sembriamo fermi, e non lo possiamo essere, mai. Così mi ci perdevo dentro, letteralmente, uscendone solo per fare il mio dovere di controllo, e poi ci ritornavo. Pensavo ad un racconto in cui  Gesù dice a sua madre, Maria, che gli hanno insegnato che l’anima somiglia a una goccia d’acqua che, chiamata dalla terra, cade per far crescere tutto quello che vediamo e poi, scaldata dal sole, torna ad essere leggera e risale in cielo fino a quando la terra la chiama di nuovo, ma che lui non comprende come sia possibile, perché non sempre la goccia torna leggera al punto da riuscire nella risalita. Maria gli risponde che il cielo è a sua volta una sorta di terra e deve riprendersi l’acqua che ha dato, e dunque noi pensiamo che la goccia salga, quando forse scende, in cielo (sono più di tre anni che rifletto su quest’affermazione).

E mentre guardavo il cielo immenso e stracarico di stelle, d’improvviso ho sentito una vertigine e la possibilità che davvero lui fosse la terra sotto di me, ed io non un corpo pesante disteso nel pozzetto di una noce che galleggiava trasportata dal vento e dalla corrente verso una terra che mi pareva ancora lontanissima, ma un corpo leggero, sospeso nell’alto di un mondo senza tetto, poco pronto a scendere giù.

Quand’ero bambina facevo incubi di braccaggio, come oggi se mangio carne animale, e sempre nei miei sogni finivo per spingermi fuori dal corpo per galleggiare in alto, per sottrarmi a chi mi minacciava. Stavo su, a ridosso dei soffitti delle stanze, ed ero salva; stavo bene, anche se mi restava addosso la paura. Quella notte, letteralmente riflessiva, invece, sul Bright di Aldo Revello, riuscivo a godere di quella vertigine, non a provocarla.

Quando la natura parla forte per me è impossibile tradurla, ne vengo invasa, e solo a distanza di molto tempo posso provare a dire. Qualcosa che ho intuito, senza uno straccio di pretesa, tentando di esprimere l’alta voce di una stella con il paradosso di questa mia sotto-voce.

E’ ovvio che abbiamo paura. Siamo un granello nell’infinito e solo l’idea ci può terrorizzare. Ma può anche rapirci verso l’estasi. E quindi potrebbe essere che possiamo apprendere a fonderci nell’estasi anziché separarci nel terrore.

C’è un’immagine dei miei genitori che escono dalla chiesa, il giorno del loro cinquantesimo anniversario di matrimonio, sommersi dal riso tradizionalmente lanciato dagli invitati festanti agli sposi. Mia madre usa il bouquet di tulipani bianchi per ripararsi, sorride ma ha un’espressione di lieve timore, mio padre alza il mento e chiude gli occhi, con un sorriso abbandonato sulle labbra, e accoglie il riso come il campo seminato fa con le prime gocce di pioggia.

Penso che sia un’immagine perfetta di noi esseri umani. L’insieme, dico. Le nostre tendenze, due, e le nostre due possibilità, ad ogni momento, di goccia tra gocce che salgono e scendono.

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Maggio 3rd, 2019

L’ecista pacifico e il genio del luogo/Lugnano in Teverina

 “L’ecista pacifico e il genio del luogo” è il titolo di una ricerca che il gruppo “The 2 performers” prodotto da Farmacia Zooè, opererà con la mia regia nell’ambito del festival Verdecoprente a Lugnano in Teverina, all’interno dell’Oasi del Lago di Alviano a Madonna del Porto (TR) tra l’8 e il 12 maggio 2019.

Nel mondo greco classico, l’ecista era un personaggio a metà strada tra il condottiero, il sacerdote, il filosofo e l’architetto; sapeva interpretare presagi, segni, narrazioni, semiologie dei luoghi, oltre che gli elementi geografici, e a lui i cittadini affidavano la scelta della terra da colonizzare.

Intendiamo compiere azioni pacifiche di conoscenza, riscoperta e condivisione del genius loci degli spazi naturali (nell’anno 2019) e in seguito delle città d’Italia (nel 2020), entrando in un ascolto profondo di ogni terra sconosciuta, in cui andremo alla ricerca delle possibili risposte a queste domande:

Quanto e come il genius loci influenza il luogo che lo ospita? E, viceversa, quanto e come un luogo fisico può influenzare chi lo abita? Queste influenze sono “per sempre” oppure possono cambiare nel tempo?

Nel culto religioso dell’antica Roma il genius loci era una presenza legata a un luogo fisico più o meno popolato e frequentato dall’uomo, una sorta di divinità con le cui peculiari tendenze si deve scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare e riceverne la protezione. In epoca contemporanea è un’espressione adottata in architettura per individuare un approccio allo studio dell’ambiente come interazione di luogo e identità e tradotto concretamente come l’insieme delle caratteristiche paesaggistiche, architettoniche, economiche, socio-culturali, comunicative, di linguaggio e di comportamenti e abitudini che contraddistinguono un luogo.

Ciò che muove il progetto è il desiderio di supportare processi di coesione sociale, fornendo agli abitanti di un luogo strumenti, informazioni e una visione inaspettata per ri-conoscere il proprio territorio, inteso come identità dinamica, e di “aggregarsi” o almeno di ricominciare a “sentirsi” più vicine le une con le altre.

L’organizzazione di Verdecoprente ha deciso di inserire il nostro progetto in residenza presso l’Oasi di Madonna del Porto (TR), dove abitano animali che a metà maggio si troveranno sulle soglie della stagione dell’amore, tanto che al termine della nostra residenza artistica l’Oasi verrà chiusa al pubblico per consentire la riproduzione indisturbata delle specie presenti.

Per questa ragione ho deciso di orientare la ricerca verso il tema della fecondità e, in seguito all’esplorazione “sottile” dell’Oasi, all’incontro con le guardie forestali e gli abitanti della zona, daremo vita a una restituzione performativa che racconterà la nostra percezione del territorio, da un lato provando ad esprimerne l’essenza meno visibile, e dall’altro tenendo conto della peculiare vitalità animale nell’Oasi nel periodo assegnato.

La performance – con ingresso gratuito – si terrà presso l’Oasi, alle ore 17.00 di domenica 12 maggio.

Nei prossimi giorni avremo più informazioni.

Informazioni: www.verdecoprente.com – https://macchiaoff.com – www.farmaciazooe.com – www.carolamininclericolussi.it

 
Photo Credits: Luca Bortolato
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Maggio 3rd, 2019

L’Oceano. Ad Aldo Revello

Sono quasi le due di notte. Perché non so da dove cominciare. Ti avevo promesso che il 2 maggio avrei cominciato a raccontare, ed è già il 3. Anche tu non hai mantenuto una promessa: dovevamo aprire la seconda bottiglia di champagne, festeggiare il tuo ritorno dai Caraibi in Italia, e mancava davvero poco. Avevi superato le  Azzorre.

Ma un anno fa esatto, nel pomeriggio il mio telefono squillava, e la voce calma e professionale, ma al contempo umana, di Ari, il tuo punto di riferimento a terra, e per me una compagna di traversata, mi preparava ad accogliere la notizia che l’Epirb, in sostanza un sistema installato nel Bright, la tua barca a vela, la nostra barca a vela, no, quella che era più di una barca a vela per noi, un essere che ci aveva traghettati in un altro mondo attraversando l’Oceano intero, l’Atlantico, solo quattro mesi prima, aveva lanciato un allarme. Un allarme che parte solo se tocca l’acqua. Un allarme durato pochi istanti. Poi più nulla. Abbiamo sperato, pregato forte, atteso. Ma nulla.

E siamo ancora qui, nel nulla delle domande, dei sospetti, dell’incredulità. E nell’impotenza. Nella resa alla Vita, che nei sogni a volte ti vedo Oceano, a te, e cielo stellato, ma non ancora all’ingiustizia di non sapere com’è successo, che la barca è sparita così e voi pure.

Mi langue il cuore. Allora ti scrivo, dai. Ti dedico quel racconto, che la profondità del nostro viaggio sconvolgente – e all’andata e al ritorno – non mi ha permesso di fare prima di quasi un anno e mezzo dalla partenza.

Sono le due. Non so cominciare.

Quando penso a quell’Oceano infinito io mi sento sopraffare.

 

Foto: Daniel Buffet

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