Aprile 16th, 2019

Nostra Signora che brucia

Sopravvissuta alle rivolte degli Ugonotti, alla Rivoluzione Francese, a Napoleone, alla Seconda Guerra Mondiale, Notre-Dame de Paris è bruciata: 1163-2019.

Io non ci sto capendo nulla.

Gli europei piangono l’arte e la bellezza.

I cristiani il cristianesimo e la spiritualità.

Gli esoterici pensano a un attacco maligno al femminile sacro.

Un cittadino francese ha detto che Parigi è stata decapitata.

– È curioso confondere il cuore con la testa, mi dico.

È possibile che sia un annuncio. E se lo fosse, di qualcosa di decisamente importante.

Di certo all’Europa, che a tanta parte del mondo ha fatto spesso da esempio trascinatore, la trasformazione è necessaria.

Mi ascolto e non sono agitata, non lo sono. Sono calma. Sin dalle prime apocalittiche immagini. Il fatto è che, anche se ci saranno tutte le spiegazioni tecniche del mondo, ho come la sensazione che una gigantessa del genere possa bruciare solo per sua scelta, e qualcosa in me si affida alla sua eterna saggezza.

Ricordo bene la mia prima volta a Parigi, ero piccola. Ricordo bene il primo sguardo di Notre-Dame, lei a me. Mi guardava da dentro a fuori – come mi pare facesse ieri sera, da quel suo terzo occhio infuocato.

Mi provocava, domandava se davvero avessi l’audacia di entrare. E io le chiedevo se ne avevo davvero il permesso. Per trovare coraggio, cercavo la piastrella magica da cui includerla completamente nel mio sguardo. Sarebbe stato un primo passo. La trovai. Illusa. Da lì, la sua lingua di pietra mi sembrò ancora più ardita. Forse era davvero più opportuno soffermarsi su un dettaglio, uno per incarnazione.

Osservavo questo trionfo di simboli che non so se qualcuno abbia mai del tutto compreso, e però avevo una sensazione: la completezza. C’erano angeli e demoni, luci e ombre. Il piombo e l’oro, e l’ineluttabile rubino della trasformazione.

E poi dentro. Il freddo. I colori del rosone. Le altezze. La testa che gira, verso l’alto. Tanto spazio.

Anche nelle successive visite a Notre-Dame, durante la mia vita, quelle impressioni di bambina non sono cambiate.

Non mi è mai parsa un santuario cristiano, non solo. Mi è parsa più un luogo vero e proprio, e un’enciclopedia della tradizione insieme. Di lei si legge che è “sito delle funzioni più solenni”, “tempio del simbolismo alchimista”, “rifugio dei perseguitati”, persino “ospedale”, e tanto, tanto altro.

Come suggerivano le sue grandi porte misteriose, e come diceva Victor Hugo, Nostra Signora è soprattutto un’eroina. Anche oggi dicono che la struttura sia ancora là. Chissà se risorgerà.

Intanto muore, e con lei un sistema di valori, mi suggerisce qualcuno. È una madre che si sacrifica per chiedere uno stravolgimento, dice qualcun’altro. Ci lascia in eredità un imperativo bisogno di ritrovarsi uomini e donne d’Europa per ricostruire una certa idea di umanità, aggiungono ancora.

C’era una misteriosa dedica sul transetto sud di Notre-Dame, «Anno Domini MCCLVII mense Februario idus secondo hoc fui inceptum Christis genitus honore kallensi lathomo vivente Johanne Magistra», la cui traduzione letterale è «Nell’anno del Signore 1257, il secondo giorno delle idi di Febbraio, quest’edificio è stato dedicato alla Madre di Dio da Mastro Jean, il cavapietre di Chelles». Si legge però nei siti degli esperti di cabala fonetica che a loro volta queste parole ne simboleggiano altre. Il che porterebbe a questo messaggio: «A mezzogiorno pesa e misura (la materia prima). Purifica e separa. Consacra il crogiolo generatore, libera con prudenza lo spirito imprigionato nella materia. Vivificalo con il fuoco e (tramite lui) giungi alla Grande Natura».

L’ho scoperto oggi, leggendo un po’ di questa Grande Madre, che pensi di conoscere ma è inconoscibile, e a porle attenzione scopri sempre qualcosa che non sapevi.

Sento il cuore dell’Europa che collassa, il cuore del Vecchio Mondo. E anche se fa così male, sono calma.

Se la testa non ascolta, il cuore brucia. E quasi provo sollievo.

 

Foto ap per Repubblica

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Aprile 8th, 2019

La figliastra

Genius loci, si diceva.

Sono stata invitata a “Make the change”, un workshop organizzato da Monica Calcagno dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e Joerg Metelman dell’Università di San Gallo, in Svizzera, con Bjorn Muller.

Il tema era “la Mestre che vorrei”. Mestre è la città in cui sono cresciuta, come moltissimi veneziani della mia e di altre generazioni. “Gli anfibi”, li chiamo io. Un popolo di gente che si sente di due città contemporaneamente. Molti anfibi a dire il vero continuano a sentirsi di Venezia, anche se hanno trascorso la maggior parte della loro vita in Terraferma (così si chiama il territorio una volta usciti dalle isole che costituiscono Venezia centro). E’ più facile, “sentirsi” veneziani. Venezia è più bella, più importante, più famosa. Mestre non è nulla. E’ la figlia non riconosciuta. Questo è ciò che molti, moltissimi pensano e continuano a pensare, abbattendosi, oramai arresi alla mancanza di un’identità e a una gara persa in partenza.

Se da un lato non ho mai capito questa competizione, dall’altro non ho mai pensato che Mestre manchi d’identità. Nessuno ancora – per il momento – ha portato fino in fondo il compito di studiare e approfondire, questa identità, né di rendere consapevoli città e abitanti dei significati già presenti e del loro potenziale contemporaneo, culturale, sociale ed economico.

Il gruppo di lavoro con cui ho collaborato ragionava sulla sfida di creare nel bellissimo Forte Marghera spazi di produzione e condivisione culturale. Il mio contributo è consistito nel riportare l’attenzione, come faccio da qualche tempo, sulla necessità di conoscere il genius loci – in questo caso di quella particolare area di Mestre – prima di proporre visioni sganciate dalla sua realtà ed energia. E così vorrei facessimo per tutti i forti, i canali, i parchi, le strade, le piazze, i palazzi.

In epoca contemporanea “genius loci” è un’espressione adottata in architettura per individuare un approccio allo studio dell’ambiente come interazione di luogo e identità e tradotto concretamente come l’insieme delle caratteristiche paesaggistiche, architettoniche, economiche, socio-culturali, comunicative, di linguaggio e di comportamenti e abitudini che contraddistinguono un luogo, un ambiente, una città.

Gli antichi romani ci vedevano lungo, e con il genius loci – che percepivano come una vera e propria presenza legata a un luogo fisico –  sapevano che si deve scendere a patti, se in quel luogo s’intende abitare. Se per tante città è cosa dimenticata, per Mestre è come se l’informazione non fosse mai stata integrata.

Con queste premesse ho ideato “The 2 performers – Dell’unità di corpo e anima”, di cui questo fine settimana si concluderà il primo anno di ricerca, dedicato a pulire lo sguardo dei venti performer che hanno lavorato con me da abitudini mentali e pregiudizi che inefficiano lo sguardo sul corpo (gli aspetti materiali della città) e l’ascolto dell’anima (il genio della città), sguardo a cui ci dedicheremo approfonditamente l’anno prossimo.

Ho accettato con entusiasmo l’invito, ho goduto dell’approccio e degli strumenti creativi proposti da Joerg Metelman, ho potuto verificare che il tema del risveglio dell’identità della città è attenzione condivisa, la motivazione dei cittadini necessaria, il bisogno di un network concreto e di un coordinamento delle azioni pure. Che c’è speranza, che la strada è lunga, che molti sono pronti a dare il proprio contributo. Concreto.

Io il genio l’ho iniziato a sentire. Ma per ora non posso dire di più.

Ci sarà un tempo in cui parleremo con l’arte. E andremo a ri-conoscerla, questa figliastra.

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Aprile 2nd, 2019

Nascere a Primavera

Nascere. Gestare e nascere. Sono nata il tredicesimo giorno di Primavera.

Recentemente ho incontrato un’amica da poco divenuta madre. Mi ha parlato del suo parto complesso, di una nascita maestra, maestra di umiltà, di un figlio che, sin dal primo giorno, si fa manifestazione della potenza della vita che ti sconquassa i piani e se la ride di ogni forma di controllo.

Quindi metto l’intenzione, qui dentro, di raccontare, di tanto in tanto le idee, gli incontri, i viaggi, le esperienze, qualcosa che poi magari diventerà arte, o lo è diventato. E poi mi arrenderò a seguire il flusso di ciò che accade, per quanto possibile.

Un augurio, quello sì: di farmi accompagnare dalla scrittura, ancora una volta, in una forma semplice, come di pensiero che fluisce.

Benvenuti.

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